Umberto Eco e i social media: “Danno diritto di parola a legioni di imbecilli”

Umberto Eco e i social media: “Danno diritto di parola a legioni di imbecilli”

Il grande scrittore e saggista Umberto Eco si è espresso in merito ad un argomento capace di sollevare dubbi e polemiche, ma che va più ampiamente contestualizzato


Detto da uno dei più grandi scrittori e saggisti italiani di tutti i tempi, Umberto Eco, fa un certo effetto. Soprattutto se pensiamo che che i social network sono parte integrante, ormai, della nostra vita quotidiana, lavorativa e personale. Ma cerchiamo di capirci di più leggendo questa affermazione: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. E’ l’invasione degli imbecilli”.

Tutto ha avuto inizio lo scorso 11 giugno quando Umberto Eco ha pronunciato la frase incriminata nel corso della consegna della laurea honoris causa in Comunicazione e Culture dei Media all’Università di Torino. In relazione a coloro che si esprimono sui social network (“gli imbecilli”, sia chiaro) che “prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel”.

Ma perché la libertà di parola appartiene soltanto ai premi Nobel? Pronunciate da una personalità di spicco come quella di Eco, queste parole non poteva portarsele via il vento ma hanno avuto un effetto incredibilmente dicotomico su alcune personalità di spicco del giornalismo e della cultura italiana in generale, nonché dello stesso popolo del web.

Pier Luca Santoro ha invitato le persone a visionare integralmente il video dell’intervento di Umberto Eco, a proposito del quale ha asserito: “Emer­gono due cose di fondo: da un lato che la decon­te­stua­liz­za­zione del discorso implica ine­vi­ta­bil­mente fraintendimento ed infatti il ragio­na­mento di Eco è di più ampio respiro, dall’altro lato non si può non rile­vare come nono­stante vi fos­sero nume­rosi gior­na­li­sti in aula è man­cata qual­siasi buona pra­tica gior­na­li­stica, a comin­ciare dall’assenza di fact chec­king, e si sia pre­fe­rito dare in pasto alla pan­cia delle per­sone una preda su cui avventarsi”.

Come riportato dall’Ansa, anche le parole di Gianluca Nicoletti si sono mostrate non certo d’accordo con l’autore de Il nome della rosa: “Non si produce pensiero nella cultura digitale se non si accetta di stare gomito a gomito con il lato imbecille della forza. Era sin troppo facile per ogni intellettuale, o fabbricatore di pensiero, misurarsi unicamente con il simposio dei suoi affini. Ora, chi vuole afferrare il senso dei tempi che stiamo vivendo è costretto a navigare in un mare ben più procelloso e infestato da corsari, rispetto ai bei tempi in cui questa massa incivilizzabile poteva solo ambire al rango di lettori, spettatori, ascoltatori”. Chi siamo noi, si chiede, “per negare il diritto all’imbecillità di evolvere con strumenti individuali?”.

Sull’argomento è persino intervenuta l’Enciclopedia Treccani che, con un tweet, ha messo in luce un vecchio tweet di Umberto Eco nel quale viene evidenziata la sua sostanziale coerenze di pensiero.

Tra i sostenitori più accaniti del mondo dello spettacolo, e onnipresente anche nel mondo del web, la bellissima Belen Rodriguez che, su Instagram, ha ripreso le parole di Eco destinandole probabilmente a coloro che la criticano a prescindere mostrano odio e non critiche costruttive e comunque educate. Quel che è certo è che i social network, Facebook e Twitter in primis, danno ampia visibilità alle parole di ognuno di noi. La tempestività con cui un commento, una frase, una citazione, più o meno malsana, possono arrivare a porsi in vetrina sotto gli occhi dei più assidui internauti è senza dubbio notevole. Forse adesso il bar è Facebook, il bicchiere di vino è invece rappresentato dagli eventi che, malamente filtrati, possono innescare reazioni a catena (sempre virtuali, ma non troppo) capaci di attirarci in una rete interminabile di discussioni, commenti e farci apparire dei perfetti “imbecilli” (ma forse sono casi estremi e comunque subordinati alla discutibile capacità di relazionarsi di un individuo e alla sua, media o meno, intelligenza).

Però effettivamente è fin troppo facile attaccare Eco su delle affermazioni sì forti, ma da contestualizzare. Secondo lo scrittore: “I giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti, così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi. Saper copiare è una virtù ma bisogna paragonare le informazioni per capire se sono attendibili o meno…C’è un ritorno al cartaceo. Aziende degli Usa che hanno vissuto e trionfato su internet hanno comprato giornali. Questo mi dice che c’è un avvenire, il giornale non scomparirà almeno per gli anni che mi è consentito di vivere. A maggior ragione nell’era di internet in cui imperversa la sindrome del complotto e proliferano bufale”.

Eppure, poche ore prima la Corte di Cassazione aveva stabilito che l’offesa sui social network è da considerarsi come se fosse a mezzo stampa con le tutte le conseguenze penali derivanti del caso. La diatriba è aperta.

Simona Vitale





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