Russell Westbrook – Harder, better, faster, nascita e ascesa di un MVP

Russell Westbrook – Harder, better, faster, nascita e ascesa di un MVP

Uno speciale sulla guardia degli Oklahoma City Thunder, MVP dell’ultimo All Star Game


La stagione 2014-2015 dev’essere davvero frustrante per Russell Westbrook. Nonostante sia una delle sue migliori (25.8 punti, mai così alto di media, e 7.6 assist, conditi da 6.3 rimbalzi) potrebbe essere la sua prima, se escludiamo l’anno da rookie, in cui non vedrà i playoff. Attualmente i suoi Oklahoma City Thunder sono infatti fuori dalla post season per mezza partita, dietro ai Phoenix Suns. OKC, una seria pretendente per la vittoria del titolo, è una delle poche squadre che può permettersi di giocare con due All Star di prim’ordine come Westbrook e Durant (MVP dell’ultima stagione), scelti al draft e coltivati anno dopo anno, con un’intera squadra costruita attorno -ma che per motivi salariali ha dovuto salutare prima Green, poi Martin e soprattutto James Harden, detto il barba.

Da ottobre però, inizio della stagione, ne sono successe di ogni nell’Oklahoma, con infortuni vari che hanno tenuti a riposo Westbrook per 14 gare e Durant per 27. Spesso sono mancati entrambi nella stessa gara, privando i Thunder dei primi due violini e realizzatori. Nonostante questo Russell non ha mai ceduto un millimetro, ne ha messi 48 contro New Orleans il 6 febbraio, record personale e seconda sera di fila sopra 40 (45-5-5 la sera prima) eguagliando Jordan in questa speciale classifica, il 16 gennaio contro Golden State è esploso in una performance da 17 punti, 16 assist e 15 rimbalzi, anche qui record eguagliati, e diventando uno dei pochissimi a fare almeno un 15+15+15 in una gara NBA. E’ pura dinamite sempre pronta a esplodere, persino nell’All Star Game, la gara relax e pro spettacolo per eccellenza ha giocato come fosse una finale, arrivando a un solo punto dai 42 di Chamberlain, massimo per l’evento.

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Non solo dev’essere frustrante questa stagione, che metterebbe alla prova chiunque -persino l’amico e compagno Durant, sempre calmo e composto, è parso nervoso e furente durante l’All Star weekend- ma alquanto insolita. Dopo aver giocato ininterrottamente 394 gare ufficiali, è da un paio di anni che ha conosciuto l’onta della divisa in borghese e del sedersi a bordo campo. Ma da dove arriva questo sacro fuoco, questa potenza espressiva che non gli permette pause e che lo porta a esigere il massimo anche da tutti i suoi compagni (non che loro siano sempre felicissimi di avere in squadra uno con tale temperamento). Bisogna tornare indietro, alla sua gioventù, ai primi passi su un campo da basket.

Los Angeles, fine anni 90 primi anni 2000. In un piccolo edificio presso il Rowley Park, tra la 131esima e la 132esima, poco lontano da South Van Ness Avenue, un ragazzino mingherlino di un’età attorno ai 10 anni sta facendo due tiri con il padre a basket, in palestra. Una scena classica della periferia americana se non fosse per alcuni particolari. La coppia è li da circa 4 ore e il ragazzino è spinto dal padre ad iniziare una nuova sessione di tiro, la quinta, da 100 tiri a botta, da diverse posizioni. Non è accanimento, non è violenza sui minori, il padre è chiamato in causa solo per passargli la palla dopo il rimbalzo. A chiedere un tale allenamento è il ragazzino stesso.

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Stiamo qui finchè non ti fanno male le braccia Russell. Alterna tra una serie e l’altra scatti, suicidi, flessioni e scivolamenti. Adesso è il momento di ricordarlo, ha sempre solo 10 anni. 2012, circa 12 anni dopo. Fuori quella palestrina dalle pareti beige e verdi c’è un mega poster da 16 metri per 9 della Nike. Quel ragazzino mingherlino è diventato uno dei volti della Nike e sta per diventare per la prima volta un All Star -la prima di 4-, nell’All Star Game che si gioca allo Staple Center, a poche miglia di distanza. Nascita e ascesa di Russell Westbrook.

Quello che è Russell Westbrook non lo si insegna, bisogna avercelo dentro. Come non si possono insegnare i centimetri, non si può insegnare, instillare la volontà ferrea, l’etica lavorativa e il puro commitment a chi non è per natura portato. Certo, si può provare, si può migliorare, si può entrare nella testa di un ragazzo, ma non si riuscirà mai a raggiungere il livello di chi vive, mangia e pensa solo al miglioramento di se stesso, ad essere il più forte.

L’infanzia

Russell è sempre stato concentrato” dice Reggie Hamilton, il suo primo coach di basket “niente poteva distrarlo. Aveva un obbiettivo da piccolo; dove voleva andare, cosa voleva raggiungere. Ed è esattamente dove è adesso“. Ed ha avuto quest obbiettivo fin dai 7 anni, quando ha avuto il suo primo approccio con lo sport, anzi con uno sport, il basket. A spingerlo è stato il padre, Russell Sr., un vero “drogato” di sport, tra basket, football e boxe.

Russell Sr. non ha mai giocato a basket organizzato ad alto livello, ma lo ha sempre studiato, in maniera ossessiva. Guardava le partite di Magic Johnson nei Lakers in tv, studiava ossessivamente il modo in cui guidava i suoi compagni, e prendeva nota, metteva tutto nero su bianco, poi lo dettava al figlio. Era il suo unico allenatore ma non gli ha mai imposto nulla, se non di stare lontano dalle strade, dai mille pericoli che il vivere a Compton poteva “offrire”. Il basket lo ha amato dal primo momento, anche più del padre. Non c’era spazio per altro, per fare il bullo da strada.

“Non sono mai stato un teppista da strada. La mia famiglia mi ha messo subito in guardia. Nulla di buono accade per strada”

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Russell Sr. ricorda un episodio in particolare “Era il giorno del Ringraziamento, eravamo tutti a tavola e mangiavamo. Alla prima pausa Russell mi disse ‘Papà lo so che è festa oggi, ma ho voglia di fare due tiri. Andiamo a tirare dai’. Guardai mia moglie, guardai Ray (il fratello minore ndr) e dissi ‘Andiamo a tirare’. E fu un giorno come gli altri”. Si insomma, due tiri, ovvero 500.

Non esistono pause per Russ, non esiste sconfitta. “Prima era molto più emotivo” ricorda Hamilton “Non gli piaceva perdere e giocava certamente sempre duro, al massimo. Se perdeva o incontrava un ostacolo, un problema, piangeva dalla rabbia“. Qualcosa di quel bambino nervoso e testardo è rimasto, si vede.

La High School e la definitiva crescita, grazie a un amico

All’età di 14 anni Russell è un 172 cm per 63 kili. Potrebbe essere la classica combo guard ma è leggerino (e il padre è sempre stato allergico a fargli fare pesi). Viene chiamato a giocare per la Leuzinger High da coach Reggie Morris. Se Russell era già la determinazione fatta a persona, durante la High School, la sua fame, il suo impegno e la sua devozione raggiungono vette inimmaginabili. Non è merito delle nuove difficoltà, di un nuovo mentore-coach, di un nuovo sistema di gioco. E’ merito di un compagno di squadra, il suo migliore amico, Khelcey Barrs. Dietro questo nome si cela quello che è Russell oggi.

Quando si dice, spesso e volentieri, che Westbrook abbia giocato per due nel valutare una sua performance, non si va poi tanto lontani dalla realtà e di sicuro a Russ, che non ride mai volentieri, una risatina affettuosa deve scappare. Russell è Khelcey sono inseparabili, sia che giochino per la Leuzinger, su e giù per il campo, sia che si ritrovino al campetto per due tiri. Dove c’è uno, non molto lontano trovi l’altro. Si promettono anche di giocare insieme al college, ma la cosa sembra difficile in quanto Khelcey, o KB3, suo nickname, è un ottimo prospetto a e lui si interessano importanti università come UCLA e DePaul, mentre Russ è solo uno dei tanti e a lui si interessano scuole secondarie come Loyola Marymount, Creighton e Kent State.

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Un giorno la loro amicizia viene interrotta da una malformazione cardiaca. Come al solito sono al campetto impegnati in un 2 vs 2 quando Khelcey si accascia a terra, toccandosi il petto. Non si rialzerà più. Niente droga, ferite varie o botte, il suo cuore ha ceduto per un infarto. Viene trasportato d’urgenza al Centinela Hospital Medical Center di Inglewood ma non c’è nulla da fare. Quattro giorni dopo si tiene il suo funerale e Russell, 15enne, diventa tutto d’un tratto un uomo.

Alla fine del periodo dell’High School, Westbrook è diventato 82 kili per 188 cm ma soprattutto è diventato un giocatore che tutta America corteggia. I suoi numeri sul campo, in ogni statistica sono raddoppiati. Gioca letteralmente per due. La tragica e improvvisa scomparsa dell’amico ha un effetto dirompente sulla sua tenacia e i suoi sforzi. Si rende conto che la vita potrebbe finire in un qualsiasi momento, per qualsiasi motivo. Ora il suo obbiettivo è più che mai vivere al massimo e essere il migliore.

Finisce a UCLA, proprio l’Università che voleva prendere Khelcey, e accetta per onorare l’amico.

A UCLA, a un passo dalla NBA

Gioca insieme a Kevin Love, un altro ragazzo della California, un big man che ritroverà da avversario in NBA. Il primo anno, da freshman, gioca poco niente, soli 9 minuti di media in cui infila 3 punti a referto. Bisogna aspettare l’anno successivo, il 2007-08 per vedergli consegnate le chiavi della squadra -grazie all’infortunio occorso a Darren Collison, uno che in NBA lascerà una traccia molto debole. Non sono tanto le sue cifre a impressionare, -comunque un 12.7 punti e 4.3 assist con quasi il 50% dal campo- ma la sua tenacia e la sua difesa.

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Guida i suoi alle Final Four e si deve arrendere in semifinale, per il secondo anno di fila, contro la Memphis University del divoratore di orsetti gommosi Derrick Rose, un altro nome che conosceremo molto bene poi al piano di sopra. Viene inserito nel terzo quintetto del All-Pac-10 e vince il titolo di difensore dell’anno per la Pac-10 division. E’ pronto per buttarsi nel draft.

Non è quotatissimo, ma grazie ai test pre draft e alla scia di terrore che dissemina nei ricordi degli altri draftabili, sale di posizione in posizione. Dopo Rose, il più forte dell’annata, che va ai Bulls con la 1, Beasley e Mayo, due ali ottimi prospetti, viene scelto a sorpresa da Oklahoma City e dal GM Sam Presti, solo una posizione prima del compagno Love. A sorpresa perchè OKC cercava un lungo o se proprio voleva lanciarsi su un piccolo, ce n’erano in giro diversi con cifre migliori.

Presti vince la scommessa e si ritrova per le mani la guardia del futuro della franchigia. Lo mette a fianco nel precedente rookie of the year, tale Kevin Durant, un ala piccola dalle leve infinite, dal talento sopraffino e in due mosse, ecco il dinamico duo su cui costruire i tuoi prossimi 10 anni e con cui puntare seriamente al titolo.

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Il suo primo anno lo vede chiudere al 4 posto nelle votazioni per la miglior matricola, ma è uno dei pochi nella storia NBA, sotto i 21 anni (Magic Johnson, Allen Iverson, LeBron James e Chris Paul gli altri) a chiudere con cifre attorno ai 15+5+5.

Il resto, come si dice, è storia. Ieri ha letteralmente dominato l’All Star Game di New York, chiudendo con 41 punti. Nessuna pausa per tirare il fiato o per scherzare, se si gioca, si gioca sempre per vincere. E per questo lo ringraziamo. Ci voleva uno come Russell per ricordarci che l’All Star Game è, si un evento fonte di spettacolo e divertimento, ma non vuol dire per questo che si debba azzerare le difese e giocare come fosse un allenamento scialbo. Se si vuole dare spettacolo, un po’ di agonismo e competizione non gustano di certo. E Westbrook questo lo sa molto bene.

Luca Fallati





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