Quello che (non) ho. Quando spunterà il sole?

Quello che (non) ho. Quando spunterà il sole?

Non è uscito il sole, ma una uno spiraglio di luce, lieve, tiepido sembra essersi aperto nella serata alle OGR. La seconda puntata di Quello che (non) ho ha provato a sfondare la cupezza del debutto, ma la trasmissione, pur restando bella, è ancora, per dirla con Aldo Grasso, “senza gioia”.


L’Italia di questa stagione forse non concede spazio al sogno? Alla visione, alla possibilità di immaginare  vie d’uscita? Un racconto alternativo che probabilmente non tocca a Roberto Saviano e che non è nelle sue corde (terribile, tanto più perché venuto da lui, il passaggio nel quale ricordava come le mafie non perdonino e danno seguito alle condanne a morte anche a distanza di decenni) ma che poteva essere affidato ad altri.

Scrive Beppe Severgnini sul Corsera in edicola stamattina: “Vorrei ricordargli che l’Italia, con fatica, sta cambiando; e dovremo provare a cambiare anche noi che la raccontiamo. Deve esistere una via di mezzo, in questo benedetto Paese: non possiamo essere condannati a scegliere tra la marcia funebre e la tarantella, tra l’angoscia e la rimozione“. E’ vero che il momento è angoscioso ed è vero che la tv, quella d’intrattenimento, continua ad essere un contenitore colmo di nulla ma non bastano tre serate, seppure dense, densissime, a rimettere la bilancia in equilibrio. Non è questo il compito di una trasmissione, che nel rispetto del proprio di equilibrio, avrebbe invece potuto concedersi qualche momento di sana, intelligente leggerezza.

Il tentativo di diluire la cupezza c’è comunque stato, e allora largo a Guccini che racconta perché i cantautori sono giraffe (o meglio, cammellopardi); all’impeccabile Elisa che ci cimenta con gli U2, allo stralunato Papaleo, ai ricordi – struggenti – di Ettore Scola; alla Grecia vista da Capossela

E stasera si chiude, ci sarà un seguito targato Rai?





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