L’intervista: Fabio Ravezzani, il calcio è tv

L’intervista: Fabio Ravezzani, il calcio è tv

Calcio e televisione. Un binomio che nell’epoca della comunicazione di massa è divenuto ancor più inscindibile e che contribuisce a portare le vicende pallonare ad ogni latitudine nelle case degli Italiani. Fabio Ravezzani è tra gli artefici del fenomeno


Il calcio non è solo cronaca e dettagli tecnici. Può essere anche autentico spettacolo televisivo in grado di catalizzare durante tutta la settimana l’attenzione degli appassionati di questo sport che, si sa, in Italia rappresenta una fede vera e propria.

Esempio illuminante in tal senso sono le trasmissioni di un’emittente privata locale che rivaleggia in termini di share e consensi con i colossi delle pay-per-view. Stiamo parlando di “Qui Studio a Voi Stadio”, programma di punta dell’emittente Telelombardia, e i cui giornalisti ed opinionisti sono noti ed apprezzati a livello nazionale, non solo per la competenza, ma anche per la loro appassionata partecipazione alle vicende calcistiche italiane. Ne abbiamo parlato con Fabio Ravezzani, direttore responsabile della redazione sportiva di Telelombardia dal 2000, dal 2009 direttore delle news della stessa emittente, di Antenna3 e Videogruppo, nonché principale fautore del successo di QSVS, da poco insignito del premio Fair Play per il giornalismo sportivo in televisione.

Direttore Ravezzani, il fenomeno mediatico delle trasmissioni sportive di Telelombardia, nello specifico QSVS, ha rivoluzionato il modo di fare giornalismo sportivo in TV. Com’è nata questa rivoluzione?

Il mio è un punto di vista limitato sulla vicenda. Quando approdai a Telelombardia, nel 1998, c’era poca tv criptata e anche per quel che riguardava le pay-per-view il ruolo era assunto principalmente da Tele+. All’inizio si è trattato di adeguarci alla realtà dei talk show sportivi già presenti, trasmessi sulle reti Rai e Mediaset. Dopo 14 anni, molti di questi programmi sulle principali reti nazionali non esistono più, il che conferma che non hanno più funzionato e soprattutto non hanno più fatto presa sul grande pubblico. Noi siamo stati più bravi ad evolverci, adattandoci di volta in volta ai cambiamenti che si sono succeduti, senza mai perdere di vista il nostro obiettivo, ossia soddisfare i gusti e le aspettative degli sportivi e degli appassionati di calcio. Siamo ben consapevoli di non essere uguali ad altri modelli e non vogliamo nemmeno esserlo.

Pensa che sia corretto affermare che un personaggio come il compianto Maurizio Mosca sia stato il capostipite della genealogia dei talk show sportivi più appassionati e, sotto un certo punto di vista, “polemisti”?

 Sì credo che sia corretto. Sia Mosca che Biscardi hanno rappresentato una delle poche ed autentiche innovazioni per ciò che concerne i dibattiti sportivi in televisione. Sono stati dei precursori del genere. Tuttavia il nostro è stato un lavoro diverso, e per quel che mi riguarda, è risultata estremamente utile l’esperienza che ho maturato come giornalista della carta stampata quando ho lavorato a Torino per “Tuttosport”: l’aver creato un programma televisivo nuovo partendo da un taglio prettamente giornalistico, trasmissioni che prendessero le mosse dalla base giornalistica vera e propria. In questo modo siamo riusciti a realizzare una sintesi che ci ha permesso di essere vissuti in maniera trasversale.

Talvolta i “puristi” dell’informazione sportiva storcono il naso di fronte a ciò che vedono nelle vostre trasmissioni, però la stragrande maggioranza della gente vi segue e vi apprezza. Come se lo spiega?

In primo luogo è fondamentale conoscere veramente il giornalismo sportivo. In secondo luogo, è bene ricordare che, negli anni Settanta, la stessa “Gazzetta dello Sport”, grazie ad un giornalista del calibro di Gino Palumbo, si fece portavoce di un’istanza di cambiamento che diede l’impulso per una rivoluzione del linguaggio dello sport in televisione: le notizie calcistiche abbondavano ma erano limitate al commento tecnico dei risultati e delle partite. Si svilupparono allora la critica e la notizia che andava oltre il dato meramente tecnico, che fossero in grado di coinvolgere gli addetti ai lavori e gli appassionati in una discussione più ampia ed interessante. Come si può scorgere bene, anche in questo caso si trattò un’innovazione che nacque dall’esperienza di un giornale sportivo.

I giornalisti che lavorano a QSVS e nelle trasmissioni sportive di Telelombardia sono anche degli showman che, come si dice in gergo, “sanno stare davanti alla telecamera”. Che tipo di doti o particolari qualità devono avere?

Sicuramente una buona dose di “animalità”. È una caratteristica necessaria per riuscire a colpire l’attenzione del pubblico, anche se ognuno naturalmente ha il proprio modo di esprimersi.

Pensa che il modus operandi del giornalismo politico in televisione abbia in qualche modo preso spunto dalle vostre trasmissioni?

Sinceramente sono più propenso a pensare che sia avvenuto il contrario, ossia che lo sport abbia preso spunto dai dibattiti politici, dove spesso si verificano scambi di opinioni vivaci, molte volte polemici, in cui però la gente tende ad immedesimarsi, a seconda ovviamente dell’idea politica. Nelle trasmissioni calcistiche è avvenuta la stessa cosa. In precedenza c’erano giornalisti che si limitavano a parlare della partita, e delle singole squadre. I cosiddetti “faziosi” sono arrivati dopo. Biscardi per primo, ad esempio, ha mischiato persone secondo un principio legato alla territorialità, che vedeva contrapposti giornalisti ed opinionisti di Roma, di Torino e di Milano. Noi abbiamo proposto giornalisti ed opinionisti dichiaratamente tifosi, schierati apertamente ed in maniera manifesta con Milan, Inter e Juve. Questa è stata la nostra grande innovazione, nella quale si possono identificare i telespettatori-tifosi.

Ritiene che Telelombardia possa essere equiparata ad un’autentica scuola di giornalismo?

Non più di altre realtà. Ci sono molte emittenti che lavorano altrettanto bene. Di certo, i nostri giovani praticanti, nei periodi di stage, lavorano fin da subito a ritmi molto serrati. Come si suol dire, sono subito in pista, per servizi, interviste, redazionali, per la grafica. È un periodo molto intenso ma utile e coloro che lo portano a termine rimangono entusiasti dell’esperienza vissuta.

In ultima analisi, qual è il vostro rapporto con le società sportive delle squadre di cui parlate quotidianamente?

Per quel che ci riguarda, pur con il dovuto rispetto reciproco, tendiamo ad avere i minori rapporti possibili con le società di calcio. Siamo ben lieti di parlare con tutti e nel rispetto di tutti, ma, allo stesso tempo, siamo molto attenti a salvaguardare la nostra totale autonomia di critica e giudizio, che poi è la base di una corretta informazione giornalistica. Non abbiamo problemi se qualcuno dei nostri colleghi che seguono, nello specifico, determinate squadre abbiano rapporti di conoscenza reciproca con i calciatori o alcuni esponenti dei club, ma da parte nostra non facciamo nulla per incentivare tale frequentazione.

(Matteo Trucco)





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