Italia-Brasile, ovvero la Storia del Calcio

Italia-Brasile, ovvero la Storia del Calcio

Storia, tradizione, campioni divenuti leggenda, e soprattutto una passione che travalica tempo e luoghi


In estrema sintesi l’essenza del significato della partita con la P maiuscola, quella che contrappone le due scuole calcistiche più forti e migliori al mondo: Italia-Brasile, un totale di ben 9 Coppe del Mondo (Rimet e Fifa), epiche sfide e soprattutto un legame indissolubile sancito dai campionissimi verdeoro che hanno militato nel campionato italiano.

Non basterebbe un romanzo a descrivere le sfide tra gli Azzurri e i Carioca, iniziate dal lontano 1938 quando la Nazionale di Vittorio Pozzo sconfisse nella semifinale dei mondiali francesi il Brasile per 2-1, finendo per aggiudicarsi il secondo titolo consecutivo a spese dell’altrettanto mitica Ungheria di Puskas nella finalissima allo Stade des Colombes di Parigi.

 

 

Come l’Italia, anche il Brasile ha bissato il successo mondiale nel 1958 e 1962, allorché si affacciò sulla scena mondiale colui che è tuttora considerato (seppur non all’unanimità) il più grande calciatore di tutti i tempi, Edson Arantes Do Nascimiento, meglio noto come Pelé. Una leggenda in una squadra di leggende, a cominciare da Djalma Santos, Nilton Santos, Didì, Vavà, e Garrincha, per proseguire fino a Gerson, Tostão, Rivelino e Carlos Alberto, il capitano che alzò l’ultima Coppa Rimet della storia nella finale di Messico ‘70. La prima finale Italia-Brasile, la partita che Gianni Minà descrisse come “l’ora di coraggio, l’ora di orgoglio”, in cui gli Azzurri di Rivera, Riva, Facchetti, Albertosi e Boninsegna diedero tutto ciò che era loro rimasto dopo “el Partido del Sieglo”, la celeberrima semifinale con la Germania Ovest.

Pelé non arrivò mai a giocare in Italia, ma la sua fama nella Penisola pallonara per eccellenza è rimasta intatta anche grazie alle parole di Tarcisio Burgnich, suo marcatore a uomo nella finalissima di Città del Messico:

“Credevo fosse fatto di carne ed ossa come me, ma mi sbagliavo”.

Dai campioni di tutto degli anni 60-70, ai giocolieri del pallone degli anni Ottanta che hanno militato nel nostro campionato: Cerezo, Junior, Socrates, Zico e Falcao, campioni in una delle selezioni brasiliane più forti di sempre, i principali artefici del futbol bailado, che nulla poterono però contro la fame di gol di Paolo “Pablito” Rossi, in quella che rimane al momento l’ultima affermazione azzurra: il 3-2 del “Sarrià” di Barcellona che ci spianò la strada al terzo alloro mondiale.

Il resto è storia recente, con la tiratissima finale di Pasadena ad USA ‘94, dove a decidere a nostro discapito fu ancora un volta la lotteria dei rigori che premiò il Brasile più “europeo”, con meno classe ma molta più attenzione alla tattica. Una lezione che i Verdeoro hanno imparato proprio grazie al calcio italiano e ai campioni che vi hanno seminato e raccolto gloria, come Ronaldo, Cafù, Leonardo e Kakà.

 

 

Ancora oggi, nel calcio degli sceicchi, degli sponsor milionari, dei procuratori affamati di denaro, delle bandiere che non esistono più, Italia-Brasile continua ad essere la partita che più di tutte rimanda all’essenza autentica del gioco più bello del mondo.

(m.t.)





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