Carlo Cracco – Gordon Ramsay, gli dei indigesti

Carlo Cracco – Gordon Ramsay, gli dei indigesti

Masterchef 2013 va in archivio lasciando una domanda irrisolta. Perchè l’antipatia in cucina paga?


Masterchef, il fortunato programma di Sky appena concluso, ci ha insegnato che la cucina anche in televisione è un campo di battaglia, spietata come Wall Street; prima credevamo che fosse gioia e piacere. E’ la legge della tv, del format “acchiappascolti” che pretende di fondere, per la conoscenza del pubblico, le tensioni di una cucina da ristorante con il grottesco pathos del reality show. Ma sarebbe possibile concepire un format del genere all’insegna della gentilezza? Domanda retorica.

 

Non sopporto Carlo Cracco, e Gordon Ramsay (e per molti versi pure Gianfranco Vissani, i cui atteggiamenti non sono molto dissimili). Depreco gli dei della cucina che si sentono più fighi di Johnny Depp e più carismatici di Bono Vox. Deploro il loro atteggiamento superiore, ostentato, duro, e il talento esibito quasi come prerogativa divina; aborrisco la maleducata sentenziosità in quello spazio pubblico che si chiama tv, anche quando è il copione a richiederlo. Biasimo l’arroganza, le questioni di vita o di morte lontane da ogni realtà, l’onniscienza sbattuta in faccia ai poveri “sdottrinati”. Mi ripugna un certo guardare il mondo dall’alto in basso, il narcisismo untuoso, la seriosità del marine in guerra, la concessione della “grazia”, e di contro la condanna senza appello “perché la legge della cucina è questa e se sbagli paghi subito e in contanti, piangi quanto ti pare ma sei fuori lo stesso”. Cracco (star di Masterchef Italia con Joe Bastianich e Bruno Barbieri) e Ramsay (Masterchef USA) sono indigesti quanto il format di cui sono bandiera, che sembra nato, per dirla con le parole di Gianni Mura, giusto “per saziare la voglia di umiliazione della platea”. Non c’è piacere in quello che promettono quelle cucine, perchè il piacere, che è il fine ultimo della buona tavola (il primo è nutrirsi), va oltre la perfezione formale, oltre la pura e semplice stimolazione degli organi sensori, deve essere parte di una più generale condizione di benessere psicofisico, altrimenti è perversione.

Come diretta discendente di quelle generazioni femminili che hanno saziato e ingolosito intere nidiate con pochi soldi e mezzi irrisori, tanto per capirci le nonne del “finto ragù” e delle “vongole scappate”; esulto nel prendere atto di quanto la cucina sia diventata, almeno in tv, il regno dell’abbondanza, il paese dei balocchi dove dirigersi, almeno virtualmente, senza preoccupazioni di bilancia, di bilanci e di scarso tempo. Ma in questo reame di cuochi – mangiafuoco incapaci di ogni pubblica simpatia (qui non si parla degli uomini ma del loro personaggio) in questa tv dove la competizione sembra tutto, benedetta sia la sensuale “piacioneria” di Alessandro Borghese, il suo sorriso, l’arruffata gentilezza, la sua aria complice e le sue ricette “easy” che non sottintendono a nessuna capacità semi divina, a nessun talento da grande artista, ma che evocano tavolate piene d’amici.  Perchè “la gastronomia è festa”, ha detto un grande, un grande vero, tal Ferran Adrià. (a.d)





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