Mark Reay, il primo modello clochard di New York

Mark Reay, il primo modello clochard di New York

Ha vissuto per sei anni sul tetto di un palazzo della Grande Mela, ed oggi è il protagonista di un documentario sulla sua vita


L’immaginario comune vede il clochard generalmente come un uomo mal vestito, maleodorante ed accompagnato da una bottiglia di alchol. Mark Reay, invece, potrebbe dare un altro volto alla figura del senzatetto.

Esattamente: Mark Reay, ex modello alto 1,92m, ha vissuto per sei anni come un barbone dormendo sul tetto di un edificio nell’East Village di New York. Dall’agosto 2008 al luglio dell’anno scorso ha sfidato ogni intemperia all’aperto, rifugiandosi in un sacco a pelo posto in uno spazio claustrofobico di 2m per 1; l’unica volta che ha cercato di dormire al chiuso in un ostello, è scappato dopo due giorni perché divorato dalle pulci. Nessuno ha saputo della sua vita, da sua mamma ai vicini che non lo hanno mai notato, anche perché di giorno si sarebbe potuto dire di tutto di lui ma non che fosse stato un senzatetto.

Ha utilizzato i bagni pubblici per lavarsi, un armadietto di una palestra per mantenere i vestiti puliti ed in ordine e pure uno smartphone, tutte cose che gli sono state permesse dai piccoli lavori che è riuscito comunque a fare nonostante il declino arrivato dopo anni gloriosi nel campo della moda ed una carriera mai decollata come fotografo.

Mark Reay è apparso infatti nella pubblicità del profumo Bleu di Chanel, ha recitato nel ruolo di un agente in Man in Black III e in una pellicola di Woody Allen, che nonostante gli avessero dato la possibilità di lavorare con nomi importanti, non gli hanno fruttato molti soldi. Mark Reay ha vissuto con circa venti dollari in tasca, cercando di mantenere sempre un equilibrio di spesa tale da non sprecare mai il denaro e poter mangiare e sopravvivere ogni giorno.

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La storia di Mark Reay è stata scoperta da una giornalista in vacanza in Cornovaglia, che in un piccolo centro ha comprato una rivista da un clochard, The Big Issue, con in copertina un modello – barbone molto elegante che poco aveva del senzatetto. Da lì subito il quesito se davvero quell’uomo fosse stato in condizioni così disagiate come riportava l’articolo: è bastato leggerne il contenuto per conoscere la sua vera storia divenuta di dominio pubblico dopo che il New York Post gli ha dedicato una pagina e ne è stato pure girato un docu-film vincitore di un premio, “Homme Less“, diretto da un amico di Mark Reay, il regista Thomas Swirthersonhn.

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Oggi Mark Reay non vive più su un tetto ma si divide fra la casa della madre e un paio di divani prestati dai suoi amici, che gira di tanto in tanto praticando il couchsurfing. E’ single e dice di non essersi mai innamorato davvero. Ma della vita, quello senza dubbio.

Alessandra Paschetto

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(foto: corriere.it)





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