L’intervista. Giuliana Mariniello: “Fotografia”, sostantivo femminile

L’intervista. Giuliana Mariniello: “Fotografia”, sostantivo femminile

Dall’accademia all’arte: è questo il percorso di Giuliana Mariniello, studiosa e docente di letteratura inglese presso l’Università di Napoli L’Orientale,…


Dall’accademia all’arte: è questo il percorso di Giuliana Mariniello, studiosa e docente di letteratura inglese presso l’Università di Napoli L’Orientale, autrice di numerosi saggi di carattere comparatistico su Shakespeare, sulla narrativa elisabettiana e la cultura inglese del Rinascimento, sulla letteratura di viaggio e i rapporti culturali fra Oriente e Occidente. Fra i suoi studi più recenti: Il re e la strega, Inghilterra mediterranea e “Les grandes pensées viennent du cœur”: Angelo De Gubernatis e Shakespeare.
Accanto alla sua attività accademica è andata sviluppando una ricerca nel campo della fotografia, del collage e della scrittura. Dopo una fase iniziale in b/n si è dedicata soprattutto al colore e a una ricerca sul paesaggio urbano, espressa in particolare nei lavori La città visibile,  Manifest-azioni e New York Notebook. Altri suoi lavori sono Sacroprofano, Venezia, teatro delle maschere, Paesaggio con figure e Paysages d’eau. Ha in corso da anni una ricerca sulla rappresentazione del femminile con Oscuri oggetti del  desiderioMarilyn forever.
Ha studiato con noti fotografi italiani e stranieri e ottenuto vari premi e riconoscimenti, tra cui il Premio Photo Folio a Les Rencontres Internationales de la Photographie di Arles. il Premio Kodak Elite per il lavoro Napoli: ospedale delle bambole e il I° Premio al Concorso Nazionale Roma nell’Anno Santo. Sue foto sono state esposte in più di 30 mostre personali e collettive in Italia (Roma, Napoli, Padova, Ragusa, Siena, etc)) e all’estero (Parigi, Arles, New York, Los Angeles, Tel Aviv). Tra i vari interventi critici sul suo lavoro (M. Cresci, F. Fontana, E. Gusella, H. Künkler, P. Riccardi, G. Tani) ricordiamo quello di Charles-Henri Favrod, fondatore del Museo della Fotografia di Losanna secondo cui l’artista “ci fa vedere le cose in maniera differente per non dire folgorante. Lei consuma il consumismo e stabilisce un nuovo sistema di segni”.
Ha curato varie mostre, tra cui quelle di Francesco Cito, Gianni Berengo Gardin, Giuseppe Leone, Romano Cagnoni e Cristina Garcìa Rodero; ha  scritto  articoli, saggi, presentazioni di mostre e introduzioni a libri fotografici, tra cui  Movimento. Glimpses of Italian Street Life di Harvey Stein, docente presso l’International Center of Photography di New York.  Collabora con articoli, saggi e recensioni alla rivista  Fotoit e ad altri periodici.

Giuliana Mariniello (www.giulianamariniello.it ) di origine istriano-napoletana, è nata in Piemonte  e da anni  vive a lavora a Roma, dopo lunghi soggiorni in Inghilterra e negli Stati Uniti.

Come coniughi la tua attività di scrittrice e studiosa alla ricerca puramente artistica?

Le tre attività non sono per me separate, ma fanno parte di una visione del mondo, in continua evoluzione, che si esprime secondo modalità diverse. Lo studio in ambito letterario e fotografico-artistico è la premessa conoscitiva della dimensione storica, fondamentale in qualsiasi disciplina, perché il presente si interpreta solo con la conoscenza del passato. La scrittura, soprattutto saggistica e narrativa, è una dimensione di riflessione svolta nel silenzio, una sfida perenne con la pagina bianca da cui emergono come per magia degli universi sorprendenti. In qualche modo essa è affine alla ricerca artistica che si sviluppa sia dalla conoscenza che da quel mondo sommerso che è dentro di noi e a cui l’occhio, la mano e la mente daranno forma. Nella mia esperienza i tre aspetti sono profondamente interconnessi.


Sei stata tanti anni docente di letteratura inglese all’Università di Napoli. Cosa ti ha lasciato questa tua professione?

 Innanzi tutto il senso del rigore della ricerca, il rapporto umano sempre ricco con gli studenti, gli scambi stimolanti con dei colleghi soprattutto del settore orientalistico con cui c’è stata una  proficua collaborazione e talvolta profonda amicizia oltre a scambi culturali assai preziosi che mi hanno permesso di arricchire il mio bagaglio di conoscenze. Tutto ciò è certamente presente anche nella mia ricerca artistica.

Cos’e per te la fotografia?

Per me ha a che fare col mistero, con un “segreto”, come scrive Diane Arbus. La fotografia non è lo scatto casuale che ritrae un volto o un paesaggio, ma l’espressione diretta di un pensiero, spesso non consapevole, e al contempo un incontro fra noi e il mondo, e quindi uno specchio di noi stessi. La fotografia è un’esperienza molto intima non rappresenta il mondo esterno ma l’universo interiore.

La tua ricerca artistica predilige la figura femminile, da cosa nasce questa tua predilezione?

 È un’esigenza che risale addirittura all’infanzia e all’adolescenza quando, attraverso il disegno e la pittura, cercavo di dare forma alla figura femminile per esplorarne gli elementi costitutivi: i capelli, gli occhi, la bocca, l’abito. Una ricerca quasi ossessiva che aveva a che fare anche con la ricerca dell’identità femminile. Un femminile comunque non rassicurante ma ricco anche di una forte valenza erotica in senso ampio, che è poi l’energia della vita, quella che ritrovo espressa ad esempio nel mondo ctonio, magmatico e inquietante di Napoli, uno dei miei luoghi dell’anima insieme a Trieste, Gerusalemme ed Arles. La ricerca continua ancora oggi anche se con uno sguardo forse più leggero ed ironico, come nel mio lavoro sulla città e la pubblicità o in alcuni collages.

Cosa pensi del modo in cui la donna è oggi rappresentata dai media?

La donna, ancor più dell’uomo e comunque in maniera diversa, ha attraversato un processo di “reificazione” per usare un termine marxiano. Questo perché la donna soprattutto nel nostro paese arretrato e dominato da ideologie e pratiche maschiliste, è ancora l’anello debole della società. I media, con la televisione in primo luogo negli ultimi agghiaccianti vent’anni e anche la stampa patinata, hanno contribuito in maniera devastante a elaborare un immaginario femminile spesso volgare, asservito a uno sguardo maschile francamente primitivo. La donna oggetto è sempre presente, basta vedere le continue violenze sulle donne. In questo i media, e coloro che ne detengono il controllo, hanno una grande responsabilità. La dimensione interiore è totalmente negata a scapito di una rappresentazione di stereotipi che nulla hanno a che vedere con la realtà. La negazione del femminile autentico è la negazione di se stessi.

Ho visto alcune foto che hai dedicato a Marilyn Monroe. Cos’è che persiste ed affascina di questa donna?

 Marilyn non è mai stata un mio mito perché m’interessavano attrici più complesse, donne a tutto tondo e non solo immagini: Gena Rowlands, Meryl Streep e altre ancora. Col tempo mi sono resa conto che anche Marilyn faceva parte di quel mondo femminile costruito dallo sguardo maschile. La diva continua ad affascinare perché oramai icona senza tempo di un immaginario che ha privilegiato l’aspetto sexy, il mondo del desiderio, un femminile apparentemente disponibile nella sua bellezza e ingenuità. Marilyn ha espresso in maniera macroscopica la dicotomia anima e corpo, la realtà interiore e quella rappresentata sullo schermo o nelle foto. In questo senso una storia paradigmatica: la scissione fra Norma Jeane e Marilyn è anche la scissione  imposta alle donne. Ho lavorato in particolare sulla permanenza dell’icona Marilyn che, non meno di quella di Che Guevara sul versante politico, esprime efficacemente il processo di reificazione nella società dei consumi.  

Le foto sui manichini inquietanti e insieme sublimi come nascono?

 Nel lavoro Oscuri oggetti del desiderio, ispirato chiaramente a Buñuel, i manichini diventano degli inquietanti simboli del femminile. Il manichino, oggetto di una lunga storia artistica e fotografica, costituisce una metafora del corpo femminile, perfetto e privo di emozioni, che si offre allo sguardo maschile come oggetto apparentemente rassicurante. Nel film di Buñuel  l’attore Fernando Rey insegue la sua ossessione del ‘femminile’ che non gli permette di entrare in contatto con la donna reale, la cui immagine è addirittura duplicata da due interpreti diverse, ai suoi occhi indistinguibili perché legate alla sua visione interiore del “femminile”.

Chi sono i tuoi padri “spirituali”, insomma i tuoi maestri?

 Nella vita ho avuto la fortuna di incontrare vari maestri spirituali che sicuramente hanno avuto un influsso fondamentale sul mio percorso di vita, sulla mia visione del mondo e quindi anche sulla mia ricerca artistica. Dal punto di vista strettamente fotografico sono grata a tutti coloro che mi hanno guidato e hanno condiviso il mio percorso: Franco Fontana, Mario Cresci, Giovanni Gastel, Maurizio Galimberti,  Francesco Jodice, Guy le Querrec, Alex Webb, Douglas Kirkland, Michael Ackerman e Machiel Botman. E poi l’incontro con grandi autori del presente come Cristina Garcia Rodero, donna straordinaria,  Douane Michals o Wim Wenders, solo per citarne alcuni. Tra i tanti che non ho conosciuto ma che mi hanno influenzato col loro sguardo, la straordinaria Diane Arbus, Francesca Woodman e André Kertész.

La foto che non hai ancora scattato ma che sogni di realizzare?

 La prossima, che è ancora ignota e riguarda l’invisibile.

(Virginia Zullo)





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