Gianpaolo Ormezzano: una vita oltre i traguardi

Gianpaolo Ormezzano: una vita oltre i traguardi

Rispetto e passione per il proprio lavoro. Oggi come ieri, sono le qualità richieste ad un buon giornalista. Parola di…


Rispetto e passione per il proprio lavoro. Oggi come ieri, sono le qualità richieste ad un buon giornalista. Parola di Gianpaolo Ormezzano, 75 anni, ex direttore di Tuttosport e editorialista de La Stampa. Con ventidue Olimpiadi, ventotto Giri d’Italia e dodici Tour de France alle spalle; con le interviste ai campioni della Cina di Mao e agli astronauti dell’Apollo 11, il giornalista torinese può essere considerato un guru.
In coincidenza con il centenario del Giro d’Italia, Ormezzano ha pubblicato due libri sulla più grande manifestazione ciclistica italiana, perché, anche se il calcio vetrina ha oscurato buona parte degli altri storici sport della Penisola, il veterano del giornalismo sente ancora la necessità di raccontare le grandi emozioni sportive ed umane, come quelle regalate da Coppi e Bartali agli italiani del dopoguerra.
Ed oggi esistono emozioni collettive paragonabili a quelle, e soprattutto, la parola giornalistica è ancora in grado di raccontarle con efficacia? Abbiamo provato a chiederglielo, ci ha risposto con chiarezza estrema…

DT – Che idea si è fatto del giornalismo italiano contemporaneo?

GO – Premetto che sono in grado di analizzare solo il giornalismo della carta stampata, perché non conosco la nuova etica d’internet e del giornalismo on line. Io credo che il giornalismo unisca ad una crisi fisiologica, che è appunto quello della carta stampata di fronte ai nuovi mezzi di comunicazione, una spaventosa carenza di vocazione nel giornalismo sportivo, dovuta probabilmente alla concorrenza fatta da altri settori.

DT – Cosa ne pensa dei giovani che si affacciano alla finestra dei giornali sportivi?

GO  – I giovani cronisti sportivi, anche se in parte conservano una visione romantica del giornalismo, fanno presto ad accorgersi che si tratta di semplice routine, di un lavoro, per lo più non pagato, perché se vendi le acciughe al mercato forse incassi di più. Poi c’è una concorrenza interna allo stesso giornalismo sportivo. Il calcio ha offerto ai giovani troppe possibilità di vetrina e soprattutto troppe comode possibilità di viaggio. Qui, a mio avviso, è nascosta un’importante evoluzione del giornalismo attuale. Mi spiego. Quando una redazione deve seguire sette squadre italiane alle coppe europee e vuole mandare un inviato per squadra, c’è chi ci spedisce anche gente che non è così competente e che invece diventerebbe un giornalista di cucina indiscusso se stesse in redazione. Inoltre, quando hai mandato quel giornalista sportivo mezzo improvvisato a Parigi, per fare un esempio, dopo diventa difficile non solo farlo lavorare nel settore enogastronomico ma anche mandarlo a Sofia, perché non è Parigi. Io ho assistito a scene incresciose di giornalisti che tifavano durante il sorteggio della Champions perché volevano fare quel particolare viaggio. Il Giro d’Italia non lo vuole seguire quasi nessuno oggi, e noi morivamo per seguirlo.



DT – Quindi la passione è venuta meno…

GO – Io credo che ci sia stato un cambiamento nel giornalista, che non è, come dicono molti miei colleghi, un semplice cambiamento anagrafico o di minori capacità di scrittura, anzi, in media le nuove leve scrivono meglio di noi, ma non ci sono le punte, i picchi di bravura, perché non c’è più l’amore per quello che si fa. Ci vuole amore alla base oltre alla competenza della lingua. Questi giovani cronisti mi sembrano tutti uguali, sanno scrivere, ma nessuno si distingue più degli altri.

DT – Che cosa pensa dei master di giornalismo?

GO –Di cosa?! Posso esprimere la mia più franca idea in proposito? Sono tutte menate.

DT – Che consiglio darebbe ai giovani che vogliono intraprendere la carriera?

GO- Non mi piace il termine carriera. Carriera rimanda a prevaricazioni, compromessi e truffe.

DT – Non crede che occorra sgomitare per entrare nel settore?

GO – Io, sarò stato fortunato, ma non ho mai avuto una raccomandazione e nemmeno i miei figli.. Il consiglio che do a tutti gli aspiranti giornalisti è di fare questa professione con amore, rispetto e passione, cercando di instaurare dei bei rapporti umani e non solo di tipo lavorativo.

DT – Cosa le è piaciuto di più del suo lavoro?

GO – Tantissime cose, ma il mio vero fiore all’occhiello è stato diventare il direttore di un quotidiano sportivo senza aver mai scritto una battuta di calcio.

DT – Qual è il miglior quotidiano sportivo di oggi?

GO – Non credo di saper rispondere. Sicuramente il nuovo formato tabloid della Gazzetta dello Sport lo ha reso un vero giornale popolare, ma non so se sia un bene o un male. Personalmente credo di aver dato un forte contributo a Tuttosport con le venti righe, che inserivo ogni giorno in prima pagina, intitolate Giorno per giorno. Era una sorta d’occhiata generale al mondo, non allo sport. Ho dovuto lottare molto con l’editore dell’epoca, ma alla fine l’ho avuta vinta. Il mio motto era “far sapere che sappiamo” e non dare sempre il ritratto di un’isola asettica, solo perché si scrive su un giornale sportivo.



DT – Cambiando argomento, segue ancora il ciclismo

GO – Sì, ma non più come un tempo, non da inviato. Lo seguo sempre sui giornali e in televisione, m’informo su chi ha vinto la tappa o la corsa  e via dicendo, anche se, avendo una visione morale dello sport, sono arrivato alla mia età ad averne quasi la nausea. Non mi sono neanche abbonato alle tv a pagamento, per non avere troppo di questo sport addosso.

DT – Si riferisce agli scandali del doping?

GO – No, mi riferisco al fatto che lo sport ormai è diventato una mera esibizione, una semplice vetrina, anche per gli atleti, non solo per i giornalisti.

DT – Ci può raccontare in breve i libri che ha pubblicato quest’anno?

GO – Allora, sono due. Il primo è Giro d’Italia con delitto, in cui la soluzione è all’ultima parola, dell’ultima riga, dell’ultima pagina. L’avevo scritto 26 anni fa per l’Editoria Scolastica, poi non me lo avevano pubblicato perché le note a piè di pagina non tiravano all’epoca. L’ho dovuto rimodernare per pubblicarlo ad aprile con Marietti Editore. Ho aggiunto due pagine rosa, romantiche, e qualche telefonino, ma, essendo ambientato nelle Dolomiti, me la sono cavata con poco perché tanto i cellulari non prendono bene lì.

DT – E l’altro è Coppi&Bartali, giusto?

GO – Sì, è stato pubblicato da San Paolo Edizioni a maggio. È nato quando mi sono accorto che all’alba del prossimo anno, il due gennaio, saranno passati 50 anni dalla morte di Fausto Coppi, mentre il cinque maggio 2010, data napoelonica o interista, a voi la scelta, si ricordano i dieci anni dalla morte di Gino Bartali. L’ho scritto grazie alla mia grande amicizia con Andrea Bartali e a quella nata da poco con Marina Coppi. Loro hanno appoggiato l’idea di un libro sui loro padri e sull’Italia d’allora.

DT – Com’era quell’Italia?

GO – Era divisa in due in un modo inimmaginabile. Anche perché Bartali era la Dc e Coppi era il rosso. Bartali era monogamo e Coppi era il bigamo. Bartali era il casto e Coppi il libertino. Bartali era quello che non si dopava e Coppi era quello che prendeva la simpamina. Bartali era l’uomo di ferro e Coppi era fragile. Bartali era stato un partigiano e Coppi era stato prigioniero nel Nord Africa. Bartali non si faceva mai male e Coppi si rompeva, però, devo ammettere, che Coppi aveva un’infinita classe in più. Rappresentavano due ideologie, due modalità di vedere il mondo, non erano solo dei semplici ciclisti e l’appoggio di uno o dell’altro implicava qualcosa in più rispetto al semplice tifo. È per questo, che ho scritto il libro, per raccontare questo tipo di sport a chi non ha potuto viverlo di persona.
(Valeria Tarallo)





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