The Babadook, il piccolo capolavoro di Jennifer Kent

The Babadook, il piccolo capolavoro di Jennifer Kent

Se è in una parola o è in uno sguardo, non ci si può sbarazzare del Babadook


Koch Media si tuffa nell’horror con Midnight Factory, un progetto nato per soddisfare anche i palati più esigenti. Si inizia il 15 luglio con Babadook, horror psicologico a basso budget diretto dalla regista australiana Jennifer Kent (qui la gallery). Il film, uscito nelle sale d’oltreoceano lo scorso anno, arriva in Italia con un pedigree di tutto rispetto che include il premio come miglior film conseguito agli ACCTA Awards del 2014.

La trama non si discosta granché dai classici del genere: a sei anni dalla morte del marito, avvenuta in un incidente d’auto, Amelia cerca disperatamente di rimettere insieme i pezzi di una vita che sembra sfuggirle tra le mani. Poi c’è il figlioletto Samuel, che non riesce a superare il trauma causato dalla morte del padre. Quello tra Amelia e Samuel è un rapporto difficile, in precario equilibrio sull’orlo di un precipizio. Un giorno Samuel trova uno strano libro per bambini, Mr. Babadook, che lo ossessiona. Dopo averlo letto, Amelia e Samuel iniziano ad essere perseguitati da un’entità malvagia che si nasconte nel seminterrato di casa. Il mostro, rivisitazione moderna dell’Uomo Nero del folklore, inizia a logorare il loro rapporto, portando la donna sull’orlo della pazzia. Il Babadook si impossessa lentamente di Amelia e la induce a odiare il figlio Samuel. Dopo un’estenuante lotta Amelia perde il controllo e tenta più volte di uccidere Samuel che tuttavia, in punto di morte, riesce a liberarla dal mostro.

Babadook rappresenta un sincero ritorno alle origini per il cinema horror. La pellicola di Jennifer Kent è debitrice tanto all’espressionismo tedesco degli anni ’20 – viene subito in mente il Nosferatu di Murnau – quanto al cinema horror d’autore, con riferimenti più o meno espliciti al Kubrick di Shining e al Polanski di Rosemary’s Baby. La scarsità dei mezzi a disposizione, che per molti registi spesso si trasforma in un ostacolo insormontabile, è stata sfruttata dalla Kent per creare una pellicola sui generis che fà dell’introspezione psicologica la sua arma vincente. La decisione forzata di ambientare gran parte del film all’interno della stessa location, la casa nella quale vivono i protagonisti, ha permesso alla regista di incentrare il flusso narrativo dell’opera sul rapporto madre-figlio e sull’evoluzione psicologica di Amelia. In quest’ottica, la progressiva simbiosi di Amelia con il mostro – il Babadook – incarna in senso metaforico il processo di rielaborazione del lutto. La Kent è particolarmente abile nel suggerire la presenza del mostro senza sbatterlo in faccia allo spettatore, espediente quest’ultimo fin troppo inflazionato all’interno del cinema di genere. Protagonisti assoluti della pellicola sono il buio e la claustrofobia, due elementi che consentono a Jennifer Kent di spaventare senza dover mostrare. Anche qui, la parola d’ordine è suggerire: senza riferimenti espliciti è la mente dello spettatore a costruire attivamente la paura, invece di subirla passivamente. Il clima di tensione che permea la pellicola nasce proprio dalla scelta di interiorizzare la narrazione puntando su uno degli elementi cardine del cinema d’autore, mutuato in parte dalla letteratura: lo show, don’t tell. Anziché limitarsi a raccontare il vissuto interiore di Amelia e Samuel appoggiandosi ad una voce fuori campo o al punto di vista di altri personaggi, infatti, Jennifer Kent preferisce mostrarci l’evoluzione del loro rapporto da un’inquadratura molto più ravvicinata, rendendoci attivamente partecipi del dramma.

Più che di terrore, la sensazione restituita da Babadook è di disagio. L’opera di Jennifer Kent è una di quelle che si insinuano sottopelle strisciando, si attorcigliano intorno alla spina dorsale e iniziano lentamente a stringere. Gran parte degli stereotipi dell’horror moderno vengono accantonati: non si rimane mai disgustati dalla violenza esplicita ed ostentata, perché non c’é, né si balza d’improvviso sulla sedia per uno spavento a buon mercato. Non ci sono fuochi d’artificio, non c’è retorica: la vicenda di Amelia e Samuel si gioca esclusivamente sul piano emotivo. La pellicola è una perfetta sintesi del minimalismo, comunica usando l’essenziale. Il mostro, protagonista assoluto di ogni horror che si rispetti, quì è solo un pretesto per dare un volto al tormento interiore di una madre che non riesce a rimettere insieme i pezzi della propria vita. Babadook è un film dalle tinte oscure, allo stesso tempo triste e spaventoso, che riesce a conivolgere comunicando i sentimenti e le paure dei protagonisti in modo semplice e diretto. Una perla del cinema indipendente che non può e non deve mancare nella videoteca di ogni appassionato.

Stefano Severico

https://www.youtube.com/watch?v=l-3lo8jp-lI





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