Recensione La teoria del tutto: una performance da Oscar per un film mediocre

Recensione La teoria del tutto: una performance da Oscar per un film mediocre

Esce questa settimana nelle nostre sale il film più sopravvalutato dell’anno, La teoria del tutto, storia dell’amore tra Jane Wilde e il fisico Stephen Hawking, condannato all’immobilità. Unico motivo per vederlo? La straordinaria performance del giovane attore inglese Eddie Redmayne.


La teoria del tutto è infatti il racconto di una vera e grande love-story, quella nata nel 1962 a Cambridge tra due brillanti studenti: lei si chiama Jane Wilde ed è un’appassionata di letteratura spagnola, lui è Stephen Hawking ed è destinato a diventare uno dei più grandi astrofisici della nostra epoca.

Nel giro di poche settimane i due si innamorano perdutamente ma una notizia tragica sconvolgerà il loro destino. Stephen ha soltanto 21 anni quando gli viene diagnosticata una malattia degenerativa. Gli restano solo due anni da vivere. O perlomeno questo è ciò che pensavano i medici di allora.

In realtà cinquant’anni dopo Hawking è ancora tra noi pur essendo purtroppo affetto da una forma rara di SLA (Sclerosi laterale amiotrofica) che gli impedisce di muoversi ma non di volare con la propria mente. A tenerlo in vita l’amore e le cure di Jane che per venticinque anni è stata sua moglie, amante e amica nonché madre dei suoi tre figli. Insieme Jane e Stephen hanno strappato giorni all’eternità con una solo formula: l’amore.

 

Il regista James Marsh è senz’altro un talentoso documentarista, notoriamente apprezzato dalla critica per il suo Wisconsin Death Trip (considerato un piccolo cult di Inghilterra) e soprattutto per Man on Wire, sulla la traversata di Philippe Petit delle Torri Gemelle del World Trade Center di New York, che gli valse l’Oscar nel 2009. Al cinema finora non se l’era cavata niente male con il film The King (2005), tragedia edipica con protagonisti Gael Garcia Bernal e William Hurt mentre ha deluso le aspettative più recentemente con la spy-story Shadow Dancer (2012) con Clive Owen.

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La teoria del tutto rappresenta il suo peggior film dall’inizio degli anni Novanta ad oggi. Marsh rimane in superficie e non si preoccupa di far conoscere in profondità un’esistenza così complessa e sofferta come quella di Hawking. La sceneggiatura, scritta da Anthony McCarten, si ispira alle memorie di Jane Hawking, “Travelling to Infinity: My life with Stephen”. Pertanto il film tenta in ogni modo di omaggiare la figura di una donna che in giovane età promette ad un uomo apparentemente senza speranza e alla sua famiglia di lottare insieme per distruggere il terribile male che affligge l’esistenza di Stephen. Lo farà ed il suo sarà un encomiabile sacrificio.

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Tuttavia, affidare a lei la biografia di una delle venti più geniali del ventesimo secolo appare piuttosto inappropriato. Il risultato è un libro trascurabile e soprattutto un film che, alla stregua di Diana – La storia segreta di Lady D, è volto più a raccontare gli aspetti intimi della coppia e il tormento interiore di Jane che non a evidenziare le imprese titaniche di Hawking e l’esemplarità della sua figura. Se facciamo eccezione per un paio di conferenze e dei primi incontri con il suo insegnante a Cambridge nel film Hawking è un malato ordinario circondato dall’amore dei suoi cari.

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Certo, discorsi approfonditi sulla termodinamica avrebbero sicuramente annoiato il pubblico ma privarlo delle basi per comprendere quanto quest’uomo ha veramente inciso sulla nostra concezione dell’universo è quasi offensivo e fuorviante. Neanche il titolo (quello italiano per una volta fedelmente tradotto dall’inglese “The Theory of Everything”) riesce a trovare una spiegazione agli occhi dello spettatore. In realtà esso è dovuto alla ricerca incessante di Hawking di una singola equazione universale che potesse spiegare l’esistenza umana e conciliare così la meccanica quantistica e la teoria della relatività di Einstein. Ironia della sorte questo biopic ha l’ambizione di raccontare una delle personalità più bizzarre e brillanti dell’intero pianeta, un uomo noto per i suoi studi innovativi, ma lo fa nella maniera più convenzionale e banale possibile.

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La teoria del tutto ha un solo valore assoluto: l’incredibile interpretazione di Eddie Redmayne. Forse troppo per un film tanto mediocre e deludente. Toglieteci Redmayne e il film sarebbe più o meno sullo stesso livello de Il mio piede sinistro (1999). Dopo Lés Miserables (2012) e My week with Marylin (2011) l’attore britannico realizza a 33 anni la performance più importante della sua carriera. Redmayne riesce con naturalezza e sensibilità a rappresentare la disabilità di Hawking per quasi due ore di film senza apparire mai poco credibile o esagerato (come accaduto recentemente nell’interpretazione di Leopardi di Elio Germano ne “Il giovane favoloso di Mario Martone). In modo particolarmente brillante l’attore riesce a vincere la sfida di recitare il deterioramento fisico di uomo e allo stesso tempo presentare al pubblico l’acutezza del suo pensiero e la grande profondità d’animo. Una performance impressionante sicuramente meritevole del premio Oscar. Felicity Jones è qui graziosissima come lo era stata nel film romantico “Like Crazy” o in “The Invisible Woman” di Ralph Fiennes nei panni della celebre amante di Charles Dickens.

La teoria del tutto – Trailer

Rosa Maiuccaro





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