Oltre la soggettiva (seconda parte)

Oltre la soggettiva (seconda parte)

Il cinema sembra quindi destinato a poter solo immaginare di andare oltre. Non osa farlo fino in fondo, perché gli…


Il cinema sembra quindi destinato a poter solo immaginare di andare oltre. Non osa farlo fino in fondo, perché gli mancano gli strumenti tecnici e tecnologici necessari a trasformare quella realtà virtuale in semplice realtà. Intanto, la Settima Arte prosegue il suo cammino, non si arresta, così come le sperimentazioni tecnologiche ad essa applicate, ed è notizia di pochi giorni fa, che al Digital News Affairs (DNA) di Bruxells, un meeting fra grandi e piccole imprese di media con l’obiettivo di trovare soluzioni concrete alle sfide tecnologiche del presente e del futuro, uno dei sogni cinematografici più agognati dai filmmaker, quello della cybervista, sta per trovare compimento. «Mi sono proposto di diventare un bionico piccolo fratello», ha dichiarato Rob Spence alla platea del DNA, sintetizzando così la sua sfida tecnologica ed artistica. Rob Spence è un regista canadese di 36 anni, autore di Let’s All hate Toronto, un film documentario sull’odio che tutte le città, i paesi e le zone più dimenticate del Canada, provano in modo apparentemente inspiegabile per Toronto. Nel trailer del documentario, (www.youtube.com/watch?v=LEkK5qd529k),  premiato all’Hot Docs Documentary Festival, si può avere un assaggio della vena simpatica ed ironica con cui il protagonista, Mister Toronto, affronta questo viaggio per la nazione in cerca di risposte. C’è però un particolare che colpisce subito lo spettatore: Rob Spence (Mr.Toronto) durante ogni intervista e spostamento porta una benda da pirata sull’occhio destro. Non si tratta di un accorgimento voluto dal costumista. Siamo nell’ambito del documentario, quindi del genere, che più degli altri, si pone come obiettivo la descrizione della realtà. Rob Spence, nel suo film, è semplicemente se stesso e quella benda gli è necessaria; la porta da quando aveva solo 11 anni. Era in visita presso la tenuta dei  suoi nonni, nel nord della regione, quando sparando un colpo di fucile perse totalmente l’occhio destro. Oggi afferma di avere un buco nel cranio e gli sembra del tutto naturale la sua richiesta di diventare un “eyeborg guy”, ovvero di impiantare una mini video camera wireless in quella protesi oculare, che non gli ha comunque permesso di riavere la vista. Neanche la mini video camera sarebbe in grado di riaccendere la luce nel lato destro del suo viso – Spence non avanza l’idea di collegarla ai suoi nervi o al suo cervello – però gli consentirebbe di fare un film perenne, ovunque si trovi e qualunque cosa faccia. L’idea di una pellicola sul “controllo” e la “sorveglianza”, anche digitale, della nostra società, unita al malessere fisico, che lo affligge da anni, gli hanno dato l’ispirazione per l’occhio bionico da “little brother”. «Quest’idea non è mai stata uno scherzo» ha affermato, ma solo negli ultimi mesi del 2008, Spence a cominciato a dedicarsi, insieme al suo amico ingegnere, Kosta Grammatis, in maniera costante al progetto da lui denominato Eyeborg Project e il quattro marzo lo ha presentato alla platea di giornalisti e comunicatori del DNA di Bruxelles, convinto che, una tale conquista, possa servire anche a tutti i suoi colleghi documentaristi e ai semplici cronisti (continua…)





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