La sconfinata giovinezza di Pupi Avati

La sconfinata giovinezza di Pupi Avati

“Una sconfinata giovinezza”, quella di Pupi Avati, che torna sullo schermo con il film che è “forse”, a 72 anni…


“Una sconfinata giovinezza”, quella di Pupi Avati, che torna sullo schermo con il film che è “forse”, a 72 anni suonati, l’opera della maturità. E’ ancora un film che trova i tempi per guardare indietro, alla primissima giovinezza del regista, ma lo fa senza più nostalgia, senza il benevolo amrcord che ha contraddistinto tante sue produzioni. Eppure nel film che da venerdì 8 ottobre sarà nelle sale italiane, Pupi Avati c’è tutto e c’è la prima storia d’amore “che  abbia mai narrato“.

Con Francesca Neri e Fabrizio Bentivoglio protagonisti ed un cast denso di attori “avatiani” da sempre (Serena Grandi, Gianni Cavina, Lino Capolicchio, Manuela Morabito, Erica Blanc, Osvaldo Ruggieri e Vincenzo Crocitti), “Una sconfinata giovinezza”  è la storia di una coppia borghese. Lui, Lino, prima firma della redazione sportiva de Il Messaggero, lei, Chicca, docente di di Filologia Medievale alla Gregoriana.

Non hanno figli e questo sembra essere il loro vero dolore, fino a quando
in modo inatteso Lino comincia ad avere problemi di memoria. E quando il disturbo diventa grave, ecco che inizia una toccante storia d’amore fra un uomo che si allontana sempre più dal presente, con la mente trascinata in infiniti altrovi, e la sua donna che, rifiutando qualsiasi ipotesi di abbandono e qualsiasi ausilio che la escluda, decide di stargli accanto nel processo “regressivo”.
Nel racconto una lunga serie di flash back in arrivo dalla memoria lontana del regista.

C’è una sorta di contenzioso aperto fra me e la mia adolescenza.- dice Avati –  Per molti anni l’ho ritenuto un problema esclusivamente personale. Ritenevo, colpevolizzandomi, di aver vissuto quella stagione della mia vita con troppa precipitosità, nell’ansia di fuggirla diventando finalmente adulto e libero dai condizionamenti che la società di allora mi imponeva. Ritenevo insomma che vivere ancora un contenzioso con quella lontana stagione facesse parte di una mia esclusiva e personale patologia.
Nel tempo, l’esperienza che questo mestiere straordinario mi ha permesso di fare, mi ha insegnato che non è così, che in ogni persona che incontro sopravvive quel ragazzetto (o quella ragazzetta) di allora. Si tratta solo di riuscire a  stanarlo, nascosto com’è dietro quell’infinità di occultamenti strategici ai quali l’esperienza di vita l’ha costretto a ricorrere.
E con quel ragazzino molti di noi, in modo consapevole o no, si trovano a fare i conti, essendo il nostro passato e il nostro presente molto più vicini di quanto si creda
“.

E’ questo che la malattia del protagonista spinge a credere, ma non di meno, nell’opera emerge con forza la profondità dell’amore maturo.

L’intera mia vicenda personale ruota attorno ad una storia d’amore che dura da quarantasei anni e vissuta accanto alla medesima donna. Nel corso di tutti questi anni ho percepito nettamente (e di certo mia moglie con me) il profondo mutamento che la definizione “amore” andava assumendo. Come si sia passati da una forma di attrazione totalizzante e facilmente condivisibile, a declinazioni sempre più profonde in cui l’affetto, la complicità, la trepidazione per l’altro, assumevano un ruolo determinante.

Nel mio film la sofferenza vissuta da Lino e Chicca per non aver potuto avere un loro figlio li ha già resi speciali in un contesto familiare, come quello da cui proviene lei, in cui tutti figliano come conigli. Questo primo rammarico ha già cementato la loro unione in modo tale che l’insorgere della vera tempesta che sconvolgerà la loro vita non potrà che vederli assieme in un mutamento progressivo dei loro ruoli di cui vado (me lo si perdoni) davvero orgoglioso“.





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