Intervista a Ivana Chubbuck, il mentore dei divi hollywoodiani di ritorno a Roma

Intervista a Ivana Chubbuck, il mentore dei divi hollywoodiani di ritorno a Roma

Torna a grande richiesta a Roma il workshop dell’acting coach più nota al mondo, Ivana Chubbuck, che difende a spada tratta gli attori italiani e ci svela gustosi particolari sul caratteraccio di Orson Welles e la grinta di Sylvester Stallone


A meno di un anno dall’ultimo evento nella capitale una classe composta da 30 attori italiani di grande livello si prepara a confrontarsi con le tecniche de Il Potere dell’Attore di Ivana Chubbuck, l’acting coach dei Brad Pitt, Charlize Theron, Halle Berry, Gerard Butler, Jake Gylllenhaal, Eva Mendes, James Franco e tanti altri.

I testimonial di questa edizione saranno Andrea Oswart e Luca Capuano che hanno già frequentato alcune delle sue classi in compagnia di attori del calibro di Gianmarco Tognazzi, Claudio Santamaria, Francesco Scianna, Paola Minaccioni e Giulia Michelini. Non pochi anche i registi che hanno manifestato il loro interesse, tra i quali ricordiamo Paolo Genovese e Daniele Luchetti.

Per il workshop, che si terrà al Teatro dell’Angelo di Roma dal 2 al 5 luglio, sono ancora disponibili posti uditori per registi, attori e sceneggiatori. Per saperne di più cliccate qui per visitare il sito dell’evento mentre se siete interessati a partecipare inviate un’email a uditori@ilpoteredellattore.com

The Hollywood Reporter ha definito Ivana Chubbuck “La Stanislavski americana” e dopo oltre trent’anni di attività il suo studio di recitazione a Los Angeles continua ad essere la prima scelta di molti sceneggiatori e registi. Ecco cosa ci ha rivelato in questa intervista esclusiva a proposito del suo ritorno in Italia e non solo.

Signora Chubbuck, bentrovata. Come sta procedendo la sua esperienza de Il Potere dell’Attore in Italia?

Sto scoprendo che sempre più attori, sceneggiatori e registi sperimentano le mie tecniche usando il mio libro Il Potere dell’Attore come linea guida. Lo studio del libro e dunque delle tecniche non solo li sta aiutando ad affinare le proprie competenze ma li spinge ad essere migliori nel loro lavoro. Diciamo che sono come una mamma orgogliosa che il lavoro dei propri figli li abbia condotti al successo e non posso che sentirmi onorata di essere parte di quel successo.

Che ruolo assume la verità nella tecnica che le coltiva ed insegna?

Credo che la verità nella recitazione sia importante ma che costituisca solo una piccola parte del puzzle. Io credo che l’interpretazione consista nel trasporre il proprio dolore nella recitazione affinché non solo si riesca a superarlo ma ad ottenere esattamente ciò che il personaggio richiede e creare la catarsi. L’emotività e la sofferenza sono le armi più potenti che abbiamo, possono essere autodistruttivi o fonte di grandi traguardi.

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E che tipo di relazione dovrebbe crearsi tra il personaggio e il pubblico?

Attraverso la capacità dei personaggi di superare le loro difficoltà il pubblico, che magari ha vissuto lo stesso tipo di sofferenza, acquisisce sicurezza e fiducia nelle proprie possibilità di farcela. Questo da loro speranza. Ciò che ritengo fondamentale nella scrittura, nella recitazione e nella regia è permettere al pubblico di vivere un’esperienza di vera catarsi. Il metodo Chubbuck fornisce gli strumenti agli artisti perché questo avvenga.

Nella nostra ultima intervista mi disse anche per lei il talento è una questione di coraggio. In che modo cerca di indurre gli attori a liberarsi dalle proprie paure? Ci è sempre riuscita?

La paura risiede in ognuno di noi per cui io non punto a far diventare le persone impavide ma ad affrontare le paure in modo tale da renderle meno potenti. Le paure influenzano le nostre decisioni ma non è detto che lo facciano in modo negativo. Agli artisti dico “lasciate che la paura vi guidi piuttosto che vi distrugga”. Ma il nostro è un rapporto simbiotico, aiutando loro ad essere più coraggiosi, lo divento anche io che di paure ne ho tante. Io però non scelgo di accettarle ma di combatterle e superarle.

Quali differenze riscontra lei tra l’ambiente professionale statunitense e quello italiano?

Devo dire che trovo molte più similitudini che differenze. Entrambi i paesi ambiscono alla realizzazione dei migliori film o serie tv possibili sperando che i loro sforzi possano essere premiati dal pubblico. Tutti i professionisti di questo settore vogliono essere orgogliosi del loro lavoro e continuare a lavorare su progetti di cui potere essere fieri.

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Orson Welles disse: “Tutti gli italiani sono attori, i peggiori stanno sul palco”. Quanto è d’accordo con questa affermazione?

Quando arrivai a Los Angeles, tanti anni fa, lavorai subito come sua assistente. Ero un tipo abbastanza polemico, al punto tale da diventare offensivo. Non c’è bisogno di dire che nonostante fremessi dalla voglia di lavorare al fianco di un’icona come Orson Welles, il suo carattere lo rendeva impossibile. Questa sua affermazione è solo un esempio delle sue sarcastiche opinioni che io non condivido assolutamente. Credo invece che gli attori italiani siano appassionati e straordinari. E’ sempre un piacere tornare a Roma e lavorare con i vostri talenti.

Può raccontarci qualche aneddoto riguardo una delle tante star con le quali ha lavorato? Che cosa la sbalordisce di più di un grande talento?

Recentemente ho lavorato con Sylvester Stallone per il suo ultimo film che uscirà il prossimo anno. Ho scoperto in lui lo stesso entusiasmo da bambino che costituisce un tratto distintivo di tutti gli attori che hanno avuto delle carriere lunghe e leggendarie. Hollywood può essere crudele per un attore ma lui non si è lasciato demoralizzare, ha continuato a coltivare le sue passioni per la pittura e la scrittura senza mai smettere di imparare.

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Come influiscono sul suo lavoro i rapidi cambiamenti che avvengono di continuo nella nostra società?

Contrariamente al metodo Stanislavsky/Strasberb, che personalizza gli eventi del passato, la mia tecnica è basata su una situazione vissuta nel presente, che necessita una risoluzione nel nostro quotidiano. In questo modo tutto ciò che accade nel mondo, sia essa una questione personale o politica, è fruibile e aiuta a rendere la performance più cruda e realistica.

Di che cosa si nutre per essere oggi una buona coach? Quali sono i suoi stimoli, le sue curiosità? I suoi interessi?

Vivo la vita a pieno con i suoi alti e bassi. In questo modo acquisisco le informazioni da trasmettere ai miei studenti sui perché e i percome della condizione umana che loro devono trasferire nella loro arte. L’esplorazione della natura umana mi ha sempre affascinata. E’ un processo intrigante ed infinito.

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C’è qualche scena di uno o più film in particolare che mostra ai suoi allievi come esempio di perfezione o che resterà per sempre impressa nella sua memoria?

Gli artisti non dovrebbero ricercare la perfezione che è noiosa e prevedibile ma l’imperfezione che porta a dei risultati eccezionali. Ci sono però molte scene alle quali faccio costantemente riferimento. Una delle più belle è quella del monologo di Daniel Day Lewis nel film Il Petroliere prima che uccisa il personaggio di Paul Dano. Le sue scelte sono audaci e coraggiose e, nonostante lui si accinga ad uccidere una persona in modo molto violento, riesce a conferire un grande senso dell’umorismo all’oscurità e a creare empatia con il pubblico che non riesce a condannarlo. Trovo che Daniel sia veramente eccezionale per la verità e l’urgenza che riesce ad esprimere rendendo quella scena coinvolgente e straordinaria.

di Rosa Maiuccaro





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