L’Europa: né con lei (così com’è) né senza di lei

Un editoriale di Massimo Giacomini


Non è il momento di badare solo all’orticello di casa, e al pollaio della politica nazionale. Non è il momento di chiudersi, né di lasciarsi tentare dai “Basta” o dai “No” ad oltranza di chi, annunciando sfide clamorose all’Europa, paventa un futuro senza euro, con il miraggio di un’Italia che grazie alla lira torna a crescere, e soprattutto libera dai padroncini crucchi a insegnarci il bene e il male. Mi sembra di vederla l’Italia fluttuante in un magnifico isolamento internazionale dove non è la “Troika” a dettare legge, ma sono nientemeno che Grillo e Salvini, chiamati dalla necessità storica a sgomberare il Paese dalla tirannide dell’euro e del debito pubblico. Evviva!

Siamo d’accordo, l’onnipotenza tedesca nelle questioni europee fa venire il voltastomaco, ma considerando il grado di lucidità della media classe politica italiana impossibile non concludere che se fossimo noi al loro posto, e soprattutto se ne fossimo capaci, bè… faremmo lo stesso. Non è un argomento nuovo, certo, ma un tema destinato periodicamente a riemergere, l’ultima volta una decina di giorni fa, con la visita di Matteo Renzi a frau Merkel: il sesto premier italiano che la cancelliera ha incontrato da quando è al potere, dal 2005 se non erro. Ma su questo tutto è stato già detto e scritto, quello che, invece, non emerge a sufficienza in questi giorni convulsi, è il clima di cambiamento profondo (o rivolgimento, se volete) che si respira a livello internazionale, una linea di gelo che non annuncia nulla di buono, e della quale l’opinione pubblica nazionale sembra non avere abbastanza coscienza.

Ho da poco visto in streaming Obama davanti alla Ronda di Notte, scelta accuratissima quella dell’organizzazione olandese del G7, di proporre la conferenza stampa davanti al capolavoro di Rembrandt. Quel dipinto è il perfetto emblema della Democrazia nel suo aspetto più alto, quello di un’associazione umana coesa e orgogliosamente in marcia per il bene comune. Non un gruppo di militari, ma di volontari, la loro marcia è disordinata, gesticolano, chiacchierano,  non hanno nulla di marziale, è infatti sono mercanti non soldati, ma sono lì per difendere la neonata e fragile Repubblica, sono fieri di esserci, e si percepisce chiaramente. La Ronda di Notte dovrebbe essere il dipinto che rappresenta la UE che vorremo, un simbolo, alla stregua dell’Inno alla Gioia o della bandiera azzurra. Mi scuserete la digressione. I simboli sono importanti ma sono troppe le cose di ordine pratico cui guardare, in questi giorni. Ma di un simbolo voglio ancora parlare, brevemente, perchè così dovremmo considerare oggi quel premio Nobel per la Pace che lo

La Ronda di Notte, Credits: Rijksmuseum
La Ronda di Notte, Credits: Rijksmuseum

scorso ottobre è stato assegnato alla UE. A 100 anni dalla Grande Guerra, a 70 dalla Seconda Guerra Mondiale, a 25 anni dalla caduta del Muro di Berlino, a 20 dai fatti di Jugoslavia credevamo di vivere in un continente riappacificato, poi l’Ucraina ci ha risvegliati bruscamente. La questione democrazia è tornata al centro dell’attenzione. Con perplessità ma consapevoli del risultato: abbiamo appreso dell’esito del referendum che di fatto ha assegnato la Crimea alla Russia. Chi stava dalla parte dei vincitori ha inneggiato alla democrazia salva, chi tifava per Kiev, alla vista delle caserme assediate ha gridato alla violazione della democrazia. E a me veniva in mente solo Ponzio Pilato, anche lui indisse un referendum duemila anni fa, e, come i fatti insegnano, non è detto che la gente c’indovini. E allora cosa ne facciamo di questa democrazia? Ci si chiede. La difendiamo a oltranza, come i mercanti della Ronda di Notte, non più contro gli spagnoli, ma contro i populismi che vorrebbero abbatterla.  Non possiamo fare altrimenti.

Non ci sto a passare per un idealista. Idealisti e visionari mi fanno venire semmai la pelle d’oca. C’è un lungo elenco di argomenti da trattare a livello internazionale dove l’idealismo proprio non c’entra e chiedo al mio paese il maggior pragmatismo possibile. E in attesa degli esiti del G7 (sui quali mi riservo di commentare nei prossimi giorni) mi vengono in mente in ordine sparso il fiscal compact, l’inevitabile revisione del patto di stabilità (anche di quello interno, possibilmente), il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo, le elezioni europee (facciamo che per una volta la politica italiana ci torni a credere e non assoldi trombati e incapaci da mandare a Bruxelles?) e, tanto per capire: cosa intende farsene l’Italia del semestre di presidenza europea? Per essere più gentile vorrei sapere gli obiettivi minimi che ci proponiamo. Chiedo formalmente a Matteo Renzi d’indire una conferenza stampa (magari con tanto di presentazione in Power Point) per spiegarcelo, con chiarezza. Credo che l’elenco non sia ancora finito, ma sicuramente tornerò sull’argomento. Buona Europa a tutti.

Massimo Giacomini     





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