Van Gogh, l’uomo e il suo lavoro

Van Gogh, l’uomo e il suo lavoro

Ha riaperto ieri, 1 maggio, il Museo van Gogh di Amsterdam. E nuova luce fu sul lavoro di Vincent


Un viaggio nell’universo interiore dell’artista, questo il senso della mostra Vincent at Work, l’esposizione con la quale il museo celebra, dopo 7 mesi di chiusura, i propri 40 anni, i 160 dalla nascita di van Gogh e i lavori di ristrutturazione.

Della mostra e delle opere esposte abbiamo ampiamente parlato (QUI PER APPROFONDIMENTI E PER VISIONARE LA GALLERIA FOTOGRAFICA), ma pure c’è molto da aggiungere, anzi moltissimo, soprattutto perché la mostra presenta gli esiti di otto anni di studi di un team di ricerca multidisciplinare convocato dall’Agenzia Beni Culturali dei Paesi Bassi chiamato ad analizzare gli aspetti storici e tecnico-scientifici delle opere dell’artista. Ne emergono una serie d’informazioni e di conferme non solo sulla tecnica di van Gogh ma sul suo stesso carattere, sulla sua condizione umana e sulla sua caparbietà.

Già, perché il primo dato che emerge con forza, la prima conferma, è che Vincent non fu un genio spontaneo ma un artista consapevole, che lottò duramente per appropriarsi della tecnica e approfondire l’uso del colore. E’ vero infatti che ha mantenuto contatti frequenti e proficui con gli altri pittori, soprattutto con gli impressionisti, è vero che sulla stessa tavolozza dove aggrovigliava i colori i filamenti colorati ne ispiravano le pennellate vigorose e multicolori. Vernici di scarsa qualità, quelle che poteva permettersi, e che hanno ceduto al tempo. Come la serie dei fiori di ciliegio portati in mostra, in origine erano rosa, oggi appaiono bianchi ma i restauratori non li toccheranno perché non basterebbe una semplice ripulitura per restituire la tonalità, andrebbero ridipinti e nessuno oserebbe farlo. Ecco allora che dalle sue opere emerge con forza il ritratto dell’uomo in perenne difficoltà economiche, e nelle ristrettezze lui dipingeva dove poteva, magari su entrambi i versi delle tele, e magari su uno strofinaccio da cucina. Ma tanto caparbio e scrupoloso era Vincent nella fase teorica del suo lavoro (e in questo sono illuminanti i quaderni di disegni portati in mostra dove gli estenuanti tentativi di trovare le giuste prospettive e le adeguate proporzioni s’incrociano con la necessità di trovare un proprio punto di vista) quanto superficiale, ai limiti dell’incosciente, appariva durante e dopo la fase di pittura. Dall’analisi dei pigmenti il laboratorio scientifico della multinazionale Shell – partner principale del progetto di ricerca – ha rintracciato in un dipinto una certa quantità di sabbia, segno che Vincent non l’aveva ben protetto dal vento durante la sua realizzazione all’aria aperta. In un altro hanno ritrovato dall’analisi al microscopio tracce dell’inchiostro di un giornale col quale l’artista aveva avvolto l’opera. Ma lo aveva fatto troppo presto, i pigmenti non erano del tutto asciutti e l’inchiostro è andato a imprimersi, come un tatuaggio, sul dipinto. Vincent era anche questo. (www.vangoghmuseum.nl) (a.d)





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