Tsibi Geva: una “escalation selvaggia” al MACRO

Tsibi Geva: una “escalation selvaggia” al MACRO

Tsibi Geva: Recent and Early Works. Dal 30 maggio al 14 settembre 2014 al MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma, le opere del più importante artista israeliano della contemporaneità Una mostra sostenuta dall’Ambasciata d’Israele in Italia e dalla Fondazione Italia-Israele per la Cultura e le Arti, a cura di Barry Schwabsky e Giorgia Calò


Tsibi Geva è nato nel 1951 nel Kibbutz Ein Shemer. Figlio di uno dei maggiori esponenti del Bauhaus israeliano, è tra gli artisti più noti del panorama contemporaneo nazionale. E’ un artista completo: dipinge, scolpisce e disegna ponendo al centro del suo lavoro, raffinatissimo, l’esplorazione della propria identità e quella del suo paese. Sulla scena artistica sin dagli anni ’70, Geva si Immagine guida T. Geva, Untitled, 2013, Acrylic and Oil on Canvas, 200x150 cm copyright Tsibi Gevacaratterizza per la particolare forza del suo tratto espressionista attraverso il quale amalgama e trasforma motivi e immagini tratti dall’ambiente israeliano e palestinese: paesaggi, architetture, frammenti urbani, parole in arabo o in ebraico.

La mostra di Roma è una tappa della personale che l’artista ha presentato all’American University Museum di Washington nel 2013, e che andrà al Mönchehaus Museum di Goslar nel 2015 raccogliendo circa trenta dipinti, alcuni di grandi dimensioni. Sono opere degli anni Ottanta, nonché la sua ultima produzione, a cui si affiancano una grande installazione in ferro e un graffito realizzato site specific. Le diverse matrici politiche, sociali, culturali, etniche  in dialogo o in profondo conflitto tra loro. E il disegno non esiste più, gli elemnti dell’arte figurativa sono sconvolti nei “turbini selvaggi, in cui vorticano frammenti di membra umane, scene di sesso, elementi vegetali, uccelli e pezzi di oggetti come keffiyah palestinesi e piastrelle”.

Escalation selvaggia”, così Barry Schwabsky definisce questi quadri. “La testa ci gira, sentiamo la terra tremarci sotto i piedi, il pavimento non è più un terreno stabile a cui affidarsi”.

 Lungo una parete dello spazio espositivo grandi inferriate tridimensionali della serie Lattices fanno riferimento ai modelli e agli schemi tipici del tardo modernismo e dell’epoca post moderna, come anche alle versioni popolari e alla cultura di strada improvvisata caratteristica dell’urbanesimo israeliano. <<Le inferriate s’intersecano, riecheggiano i dipinti murali, i graffiti recanti il motivo della keffiyah o della barriera, centrali in tutta la poetica di Geva, rivelando un’indagine sulle forme e le strutture di base della coscienza: frontiere, blocchi, carcerazioni. Come spiega Giorgia Calò: “Geva lavora sugli interstizi, su quegli spazi significativi, fisici e mentali, che se per certi aspetti sono volti a creare una relazione e un dialogo, per altri ne marcano la distanza”>>.

Geva pare che aggredisca il visitatore per provocarne l’emozione, e solleticando le ansie di una visione del mondo dura, dilaniata, sconcertante e piena di dubbi. “Geva non abbellisce questo luogo, non lo idealizza” scrive Barry Schwabsky, “ne copia e ricopia gli emblemi presentandolo (a noi e a se stesso) come duro, rude, difettoso, inerte, intransigente, spinoso… eppure persevera, ostinato, e tramite questa ostinazione cerca di rappacificarsi con il luogo così com’è”. www.museomacro.org

 

 





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