Triennale Design Museum, i fiori delle crisi

Triennale Design Museum, i fiori delle crisi

Triennale Design Museum. Settima edizione Il design italiano oltre le crisi: Autarchia, austerità, autoproduzione 4 aprile 2014 – 22 febbraio 2015. Direzione: Silvana Annicchiarico, cura scientifica: Beppe Finessi, progetto di allestimento: Philippe Nigro, progetto grafico: Italo Lupi. A pochi giorni dal via della settimana del design, ecco il nuovo allestimento della Triennale


Fare di necessità virtù, la necessità aguzza l’ingegno ecc ecc… la considerazione di buon senso che dà spunto a questa settima edizione del Triennale Design Museum è che il tempo delle crisi economiche offra condizioni particolarmente favorevoli allo stimolo della creatività progettuale. Tre momenti diversamente critici della storia italiana: autarchia degli anni ’30, l’austerità degli anni’70 e la crisi degli anni Zero, hanno portato, non a caso, ad un particolare sviluppo del settore dando vita ad esperienze peculiari nel nome dell’autosufficienza. Anzi, è proprio negli anni ’30, in un Paese a corto di materie prime per l’imposizione autarchica, che nasce il design italiano. Gli italiani a corto di cuoio che usano l’economico sughero per le calzature femminili, finendo per inventare la zeppa, sono l’emblema di quegli anni. Gli anni che segnano l’avvento del made in Italy, della riproduzione industriale degli oggetti: dalle sedie tubolari alle lampade Luminator, nasce qui il design italiano, celebrato proprio nelle Triennali di Milano del ’33 e del ’36.

Su una linea per molti versi analoga, tesa però a sfruttare al massimo le specificità locali, che negli anni ’70 si sviluppano i distretti produttivi, piccole aree che mettono a sistema qui patrimoni di sapere e di eccellenza, basati sulle tradizioni locali e la disponibilità diretta di materie prime. Un’esperienza straordinaria fatta di piccoli-grande aziende gioiello che s’impongono al mondo per la qualità e la bellezza delle loro produzioni. E arriviamo al terzo millennio, le novità più interessanti arrivano dalle sperimentali forme di produzione dal basso e di autoproduzione. Dai designer e studi di design votati alla produzione di etichette personali o progetti di piccole serie, editori di design che fanno ricerca e investono in nuove firme ed edizioni limitate. E designer artigiani che ibridano progetto e lavoro manuale, makers e designer digitali che affidano la realizzazione alle tecnologie digitali.

Quella che si delinea in Triennale è, in sintesi, la storia “alternativa” del design italiano, fatta anche di episodi all’apparenza minori.  In un percorso cronologico sono oltre 650 le opere in mostra, di autori fra cui troviamo Fortunato Depero, Bice Lazzari, Fausto Melotti, Carlo Mollino, Franco Albini, Gio Ponti, Antonia Campi, Renata Bonfanti, Salvatore Ferragamo, Piero Fornasetti, Bruno Munari, Alessandro Mendini, Gaetano Pesce, Ettore Sottsass, Enzo Mari, Andrea Branzi, Ugo La Pietra fino a Martino Gamper, Formafantasma, Nucleo, Lorenzo Damiani, Paolo Ulian, Massimiliano Adami.

Il punto di partenza è Fortunato Depero, il primo maker della storia del design italiano che nella sua bottega Casa d’Arte a Rovereto realizzava quadri e arazzi, mobili e arredamenti, giocattoli e abiti, manifesti pubblicitari e allestimenti; punto culminate è una sala, curata da Denis Santachiara, dedicata al design autoriale che si autoproduce con le nuove tecnologie. In mezzo un racconto che mette in scena protagonisti che, dagli anni Trenta a oggi, hanno saputo sperimentare in modo libero creando nuovi linguaggi e nuove modalità di produrre. Su questo percorso s’intrecciano focus a campione (un materiale: il vimini; un distretto produttivo: il marmo; una tecnica di lavorazione: il mosaico; una città: Torino; una regione: la Sardegna…)

Una grande stanza/vetrina, che regala in un solo colpo d’occhio una selezione di oggetti rappresentativi dei tre periodi è l’ambiente che accoglie il visitatore, lasciato libero, in una mescolanza cronologica, di rintracciare similitudini e differenze.

Lungo un paesaggio fatto di sentieri, pareti, palazzi, marciapiedi, scale, piazze si stagliano oggetti isolati o famiglie di oggetti, seguendo una linearità che si interrompe agli anni Settanta, in omaggio ai quali gli oggetti esposti si dispongono più liberamente nello spazio, senza coordinate.

www.triennale.org





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