Recensione Sin City – Ava e Nancy, femme fatale per cui uccidere

Recensione Sin City – Ava e Nancy, femme fatale per cui uccidere

Al cinema dal 3 ottobre, Sin City – Una donna per cui uccidere di Robert Rodriguez e Frank Miller, la recensione


Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Per Dante era la porta dell’inferno, per Frank Miller è la città vecchia, la zona del bacino idrico, i bassifondi, i cancelli d’ingresso alla città del peccato, la Sin City a tinte bianco nere con sparuti sprazzi di colore acceso. Tornano su grande schermo le vicende noir di una delle graphic novel più amate dal grande pubblico degli ultimi 20 anni. Secondo capitolo -anche negli albi- trasposto nuovamente in coppia con il texano più fucked up di Hollywood, Robert Rodriguez, il Tarantino di Serie B. Ritornano i personaggi più amati del primo episodio, da Marv a Dwight, ma questa volta sono le donne a rubare completamente la scena agli amichetti imbottiti di piombo e testosterone. E va in scena una rappresentazione (e biforcazione) di due tipi di donne iconiche del cinema noir, l’eroina e soprattutto la femme fatale. Entrambe pupe per cui vale la pena uccidere e essere uccisi.

Ava, la donna ragno.
Come mi era già capitato di scrivere, non esiste attualmente, nessuna attrice al mondo più femme fatale di Eva Green. Non è un caso quindi che per rappresentare la terribile Ava Lord, si sia puntato sulla bellezza mozzafiato francese dallo sguardo ammaliatore. Come già nel passato per grandissime attrici della caratura di Barbara Stanwyck, Jane Greer, Rita Hayworth (bionda e letale per lo scabroso Wells) anche lei è una vera e propria donna ragno che tesse i fili della sua ragnatela implacabile e diabolica in cui i gonzi ci cascano in pieno. Sguardo felino, iride verde smeraldo, pelle diafana e rossetto rosso sangue. Un mix letale che da subito alla testa e che lascia intontiti per giorni. Se poi a tutto ciò poi si uniscono le curve da cinebrivido e il corpo nudo fasciato da luci e ombre soffuse, o onde di una piscina al chiaro di luna, la cotta è servita.

E qui la vedova nera -letterale- colpisce alla giugulare. Ci casca il primo marito, il Lord, primo tassello da eliminare per arrivare alla felicità, all’indipendenza, al non dover più usare il proprio corpo per i proprio scopi. Peggiore della Phillys di La fiamma del peccato. Ci casca Manute, l’uomo colosso, servo-macchina-eunuco-figlio, braccio destro, arma vera e propria. Ci casca Dwight, anche se è lui stesso a ripetersi mille volte di starci attento, che conosce il suo filtro con cui fa cadere ai suoi piedi le vittime. Eppure non resiste e affonda nelle curve più morbide di quelle affrontate dalla sua Mustang. Ci casca anche l’ispettore, il più debole di tutti, emblema della fragilità dell’uomo noir -quando non è detective classico- stolto, vanesio, senza midollo e quindi perdente.

E Ava scava fosse, prosegue nella sua fitta trama, senza avere intoppi. Poi purtroppo entrano in scena figure non-maschili a rovinare tutto e Miller-Rodriguez chiudono in fretta abbandonandola a un misero destino. Una delle tante problematiche del film, privo di una struttura coesa, gettato nella mischia troppo presto, concluso con furia e senza programmazione. In queste cose denuncia la sua matrice fumettistica, che è croce e delizia di un’opera così stilosa.

Nancy, l’eroina tragica.
Nell’antologia noir questa figura è meno presente e meno presa in considerazione. Se la donna è protagonista è perchè è malvagia, nel 99% dei casi. Succede talvolta che invece si sostituisca al ruolo del maschio e indossi i pantaloni. Nancy deve per forza, il suo Hartigan è morto e Marv non è altro che un’arma, come Manute per Ava. Lei deve scendere in campo, sporcarsi, uccidere. Così diventa la protagonista del secondo tempo. Un clichè vivente al pari di Ava, ma ancora più vittima del canovaccio a cui il suo personaggio deve andare incontro (l’alcolismo, la pazzia, il fantasma dell’amato, la veglia sulla tomba. E’ tutto un eccesso in Miller).

La dolce e cara spogliarellista è alimentata da un fuoco sacro di vendetta. Lei compensa la figura di Ava; ripudia gli uomini e perciò non li vuole neanche attorno, non se ne vuole servire (Marv non è uomo e non è richiesto, si aggiunge coattamente). Per raggiungere il suo scopo agisce di suo punto, sola al mondo e al contrario della sua controparte, trionfa. Bianco e nero, anche qui. La luce (l’Alba, Jessica) e il candore hanno gioco facile in un genere che esalta il malvagio e trascina nel fango il perdente, per poi ribaltare i ruoli.

E fuori da tutto ciò rimane la fugace presenza di Johnny, altro maschio debole e inutile, usato come storia di contorno, picchiato, malmenato, eliminato, che ricopre un peso minore rispetto anche alle prostitute della città vecchia, ennesime figure femminili forti, amazzoni del 900, tra cadaveri maschili.

Sin City – Una donna per cui uccidere prosegue sulla falsa riga del primo episodio ormai datato 9 anni fa. Ne mantiene i pregi (il look, la forma che ricalca il noir d’antan, la fusione tra cinema e fumetto) ma non ne cancella i difetti, tutti racchiusi in una struttura deboluccia che troppo speso lascia le immagini parlare senza dotarle di una bella spina dorsale necessaria. Se a Miller glielo si può perdonare, a Rodriguez viene voglia di tirare le orecchie, perchè sembra un’occasione mancata, l’ennesima, nel suo cinema.

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Luca Fallati





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