Power to the People (al V&A)

Power to the People (al V&A)

Oggetti Disobbedienti, al Victoria & Albert Museum di Londra una mostra racconta attraverso oggetti di straordinaria creatività quarant’anni e passa di proteste. Una delle mostre più originali, sorprendenti e coraggiose dell’anno, curata da Catherine Flood e Gavin Grindon


Una mostra decisamente fuori dall’ordinario quella appena inaugurata al V&A di Londra, un percorso nella creatività di oggetti prestati al cambiamento sociale e politico, alla protesta, come il mondo l’ha conosciuta dagli anni ’70 ad oggi: dai messaggi lanciati dai membri dei Black Panther Party rinchiusi nei penitenziari americani, a Occupy; dalla guerrilla del movimento zapatista in Chiapas, alle Guerrilla Girls che a New York diffondono il loro messaggio contro il sessismo nell’arte.   Martin Roth, direttore del V & A spiega: “Questa mostra celebra la ‘disobbedienza’ creativa dei designer e di coloro che mettono in dubbio le regole. Essa mostra che anche con le risorse più limitate, la gente comune può prendere il design nelle proprie mani. Si tratta di una mostra coraggiosa e insolita; questi sono i progettisti coraggiosi e insoliti. Siamo orgogliosi di presentare il loro lavoro“.

Linguaggi e media diversissimi si mescolano in un percorso che ha il vantaggio di offrire spunti emozionali (filmati, interviste, ritagli di giornali, documenti) nel raccontare quei movimenti nati nel sogno del cambiamento, nella sfida all’affermazione – mai scontata – dei diritti umani. Dall’arte popolare tessile delle madri dei desaparecidos cileni che documenta l’inaudita violenza politica, al robot che scrive slogan, alle banconote modificate per lanciare messaggi, come il famoso dollaro Occupy George, che denuncia la disparità economica negli States; dai ciottoli gonfiabili giganti lanciati nelle manifestazioni contro la crisi a Barcellona, a un videogioco politico sulla realizzazione di telefoni cellulari, alle bamboline guerrigliere del Messico, alla maschera antigas fai da te realizzata dai manifestanti di Istanbul nel 2013. La mostra ci racconta come l’attivismo politico guida un patrimonio di progettazione e ingegno sfidando tutte le definizioni standard di arte e design. Gli oggetti in mostra sono infatti per lo più prodotti da creatori non professionisti, collettivamente e con risorse limitate. Possiamo ben dire che rappresentino risposte efficaci a situazioni complesse.

La prima parte della mostra presenta la progettazione di oggetti di attivisti in relazione ai quattro modi di realizzare il cambiamento sociale: azione diretta, parlando, creando mondi e solidarietà. Un film appositamente commissionato esplora invece la storia, pur interessante, di quei dispositivi di blocco spesso ingegnosi nella loro semplicità progettati dagli attivisti per difendere il sito di protesta. Come quei grandi schermi impiegati in prima linea durante le proteste inglesi del 2010-11 contro i tagli alla scuola. Decorati con copertine di libri finirono per cambiare la dinamica dello scontro della polizia con i manifestanti. Un’idea che di diffuse a proteste simili in tutto il mondo.
Viene poi considerato il modo in cui manifestanti trasmettono il loro messaggio per evitare la censura e navigare nel potere dei media. Emblematici i pupazzi giganti, che sono stati a lungo uno strumento dei movimenti sociali, come quei tre pupazzi usati nella protesta contro la prima guerra del Golfo dai famosi Bread and Puppet Theater. Recentemente, opuscoli, cartelli e striscioni sono stati rielaborati per il mondo contemporaneo e utilizzati in combinazione con i social media. Una selezione la troviamo in mostra, qui spicca un cartello dipinto a mano fatto da attivisti per i diritti dei gay in Russia e utilizzati nelle manifestazioni antigovernative a Mosca nel 2012. E mentre rivivono in mappa e fotografia gli accampamenti di protesta che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi anni in tante piazze del mondo ci si avvia nella parte finale della mostra, che offre una panoramica su una serie di casi di studio nel design di protesta degli ultimi 30 anni. Qui troviamo le maschere delle Guerrilla Girls, e il furgone Tiki Love, una dichiarazione contro la pena di morte realizzato dall’artista Carrie Reichardt. E ancora la serie comedy per il web di Masasit Mati, nata utilizzando marionette da dito per fare satira sul regime di Assad in Siria e, denso d’ironia, un progetto della “Organizzazione per la liberazione di Barbie” che evidenzia gli stereotipi di genere nei giocattoli per bambini. Qui una ribelle Barbie si rivolge alla telecamera: “Siamo un gruppo internazionale di giocattoli per bambini che sono in rivolta contro le aziende che ci hanno fatto”. A dominare l’intero spazio striscioni tratti da numerosi siti di protesta. E’ proprio il caso di dire “Power to the People”. (Antonella Durazzo)

 





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