Tra la ‘ndrangheta di Munzi e la crisi USA di Bahrani, vince la commedia di Bogdanovich

Tra la ‘ndrangheta di Munzi e la crisi USA di Bahrani, vince la commedia di Bogdanovich

Piacciono Francesco Munzi (Anime nere) e Ramin Bahrani (99 homes), ma fuori concorso Peter Bogdanovich spopola raccogliendo applausi a scena aperta


Convince la prova di Francesco Munzi, il primo tra gli italiani in concorso, che con Anime nere ha raccolto un unanime consenso di pubblico e critica, tradotto in una standing ovation di oltre tredici minuti.

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Francesco Munzi
Anime nere

Ambientato principalmente in Aspromonte (ma abbracciando traffici illeciti che si estendono anche a Milano, Amsterdam, fino al sud-america) Anime nere, tratto dal omonimo libro di Gioacchino Criaco, è la storia di tre fratelli, figli di pastori, vicini alla ‘ndrangheta. Luigi (Marco Leonardi), il più giovane, è un trafficante internazionale di droga che sa fare il suo mestiere; Rocco fa l’imprenditore riciclando soldi sporchi e vive con la moglie, la borghese Valeria (Barbora Bobulova) in un bell’appartamento di Milano; infine Luciano (Fabrizio Ferracane), fratello maggiore, rimasto nel paese natio a occuparsi delle capre, deciso in ogni modo a evitare di rimanere schiacciato da logiche dettate dal sangue e la vendetta. Suo figlio Leo (Giuseppe Fumo) è un ragazzo impulsivo che considera il padre un perdente, mentre trova nello zio Rocco un ideale da inseguire. Una banale lite che mette in discussione l’onore di famiglia, lo porta a vendicarsi sparando contro la vetrina di un bar protetto dalla famiglia rivale, innescando un’inarrestabile gorgo di crimini e vendette, che porta a un finale tutt’altro che scontato.

Se a un primo sguardo può sembrare il “classico” film di mafia, Anime nere presenta invece più di un elemento di novità, unendo elementi arcaici e modernità. Passato e presente si incontrano, riti pagani convivono con la banalità e gli stereotipi del potere (e del “gangster movie”) nella vita di tutti i giorni. Un po’ come fece Martin Scorsese, che all’epoca di Quei bravi ragazzi osservava le dinamiche mafiose con sguardo antropologico e si distanziava dal modello “epico” del boss (per es. Il Padrino), anche Munzi “normalizza” i suoi personaggi, avvicinandoli il più possibile alla realtà, senza mitizzarli ed evitando i clichè.

99 Homes di Ramin Bahrani

Buona l’accoglienza anche per 99 Homes, l’altro film in concorso firmato da Ramin Bahrani, che torna a Venezia a due anni di distanza dal meno riuscito At any price. Il regista ragiona ancora sull’America dei nostri giorni, mettendone a nudo gli aspetti più contraddittori. Gli effetti della crisi sono tangibili. La disoccupazione cresce e così anche la percentuale di chi, assieme al lavoro, perde pure la casa. Smessi i panni di Spiderman, Andrew Garfield è Dennis Nash, un operaio dalle mani d’oro che vive con la madre (Laura Dern) e la figlioletta in una villetta a schiera in Florida, sfrattato in due minuti netti in una delle prime sequenze, indimenticabile quanto indigesta. A buttarlo fuori è l’immobiliarista Rick Carver (Michael Shannon, ancora cattivo) che, in un secondo momento, intuendone le capacità lavorative, gli offre di entrare nel “giro” non proprio trasparente. Con l’acqua alla gola, Dennis accetta di vendere l’anima al diavolo, lasciando nello spettatore un dubbio inquietante: se si trova davanti a un plotone di esecuzione, la vittima si schiera dalla parte del suo carnefice?

GALLERY – 99 Homes Red Carpet

 

“She’s funny that way” di Peter Bogdanovich

Il più acclamato di tutti, durante la terza giornata di festival, è stato il felice ritorno al grande schermo di Peter Bogdanovich, che ha portato (purtroppo fuori concorso) la strepitosa commedia She’s funny that way, accolta con meritato entusiasmo. Commedia brillante e dinamica dal ritmo serratissimo, ma anche omaggio al cinema classico (Lubitsch, Edwards, Allen) in pieno stile screwball. Nel cast Owen Wilson, Imogen Poots, Jennifer Aniston, Rhys Ifans, uno più stellare dell’altro.

"She’s funny that way" di Peter Bogdanovich
“She’s funny that way” di Peter Bogdanovich

Beatrice Fiorentino





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