Mostre a Milano: l’irresistibile estetica del crimine, al PAC

Mostre a Milano: l’irresistibile estetica del crimine, al PAC

Il Delitto quasi perfetto, una mostra a cura di Cristina Ricupero. PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano 11 luglio – 7 settembre 2014. Una collettiva di oltre 40 artisti, italiani e internazionali, che sondano il legame tra l’arte e l’estetica del crimine.
La mostra arriva a Milano dopo la prima tappa al Witte de With Center for Contemporary Art di Rotterdam, arricchita di nuove opere di artisti italiani


Il sensazionalismo della stampa popolare, il cinema, la diffusione della letteratura noir hanno creato un immaginario legato al crimine e al delitto al quale è difficile sfuggire. Stereotipi che la mente trasforma in immagini, come l’impermeabile del detective di turno. Anche la storia dell’arte è costellata di gialli ed enigmi, ci spiega la curatrice della mostra di Milano e il legame tra arte e crimine è datato all’antichità, tuttavia il primo a teorizzarlo esplicitamente e non senza ironia, fu, solo nel 1827, Thomas De Quincey nel suo saggio “On Murder Considered As One Of The Fine Arts”. Ed è dall’invito di De Quincy ad analizzare il delitto da un punto di vista estetico che la mostra prende spunto invocando “gli spiriti dell’arte visiva, dell’architettura, del cinema, della criminologia e del moderno genere giallo, trasformando le sale del PAC in una scena del crimine “quasi” perfetta”.

Le letture di questo tipo di eventi sono molteplici, se parlare di crimine induce innegabilmente a interrogarsi sui confini tra bene e male, <<le relazioni tra Etica ed Estetica. Mettendo in dubbio il ruolo dell’autorialità, il significato dell’autenticità, dell’inganno e della frode, la mostra sfuma i confini della dicotomia tra “buono” e “cattivo” gusto, mettendo al contempo in evidenza la duplicità del “crimine come arte” e dell’”arte come crimine”>>.

La provocazione di tante opere in mostra va vista come tale, ma la critica sociale è sempre dietro l’angolo, come il voler sottolineare il morboso, feticistico gusto del pubblico alle storie più cruente, ai dettagli più raccapriccianti.

<<Alcune delle opera in mostra riflettono l’ossessiva curiosità e l’attitudine all’interpretazione tipica del detective, altre la narcisistica identificazione con il colpevole, altre ancora il feticistico piacere dello spettatore. Alcuni progetti affrontano i temi dell’autenticità e della frode , considerati tipicamente “crimini dell’arte”; altri giocano con il ruolo dell’artista come soggetto sovversivo ai margini della società o mettono in discussione il ruolo della legge e i concetti di ordine e trasgressione. Alcuni artisti scelgono di rappresentare il crimine come qualcosa di macabro e sublime, un’operazione simile a quella compiuta negli anni dal cinema, mentre altri fanno riferimento a fatti realmente accaduti, crimini sociali o politici. Altri ancora provano a mettere in relazione una selezione di queste principali tendenze>>.

La mostra si dipana su percorsi inusuali: Gabriel Lester con Jonas Lund firma ad esempio, un intervento virale sul sito web del PAC; l’austriaca Eva Grubinger isserà una bandiera e posizionerà una targa d’ottone sulla facciata esterna del Padiglione, trasformandolo nell’ambasciata di Eitopomar, un utopico regno governato dal malvagio signore del Male Dr. Mabuse. All’ingresso, un murales dipinto dal francese Jean-Luc Blanc richiamerà la copertina di una rivista pulp firmata con il titolo della mostra.

Maurizio Cattelan, invece ha realizzato un bouquet di fazzoletti di stoffa per asciugare idealmente le lacrime versate per le vittime dell’attentato che il 27 luglio 1993 distrusse il PAC provocando la morte di quattro persone; un’installazione di grande formato dell’artista Luca Vitone ricorda, come un epitaffio, i 959 membri della loggia P2 in un ironico quanto amaro riferimento ad un capitolo confuso della storia della nostra democrazia; Mario Milizia riproduce invece minuziosamente i dettagli delle immagini di cronaca giudiziaria riferite a ritrovamenti e vendite illegali di reperti archeologici.

Una citazione dal film di Karl Holmqvist, “Why is desire always linked to crime?” (Perché  il desiderio è sempre correlate al crimine?), resta impresso nella mente del visitatore durante il percorso, mentre l’italiana Monica Bonvicini investiga le relazioni tra spazio, potere e genere, presentando una macchina della tortura e del desiderio, costituita da sei imbragature di lattice nero sospese con catene ad un anello d’acciaio che ruota lentamente.

Aslı Çavuşoğlu imita il genere del crimine televisivo (esemplificato nella serie Crime Scene Investigation) nel suo Murder in Three Acts ( Omicidio in tre atti ), restituendo la mostra come scena del crimine e le opere come armi, mentre Fabian Marti lascia impronte delle sue mani nello spazio espositivo.

Ancora Gabriel Lester creerà un loop cinematografico di scene del crimine, proiettando il tutto con un gioco di ombre sul muro circostante e sul visitatore. Il cinema ritorna anche negli inquietanti dipinti di Dan Attoe, Richard Hawkins e Dawn Mellor, e nei film di Brice Dellsperger e Aïda Ruilova. L’artista francese Lili Reynaud-Dewar elabora invece un’installazione che fa riferimento alla vita e al lavoro di Jean Genet come scrittore, attivista e ladro, mentre l’artista spagnola Dora Garcia invita il pubblico a rubare un libro. L’americano Jim Shaw ironicamente ritrae uomini d’affari come zombie, attraverso una selezione di dipinti e un film, mentre Saâdane Afif trasforma il Centre Pompidou in una bara, che sembra voler mettere in discussione il ruolo vitale dei musei. www.pacmilano.it





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