Mostre imperdibili: splendori e leggende dell’antica Cina, a Roma

Mostre imperdibili: splendori e leggende dell’antica Cina, a Roma

Le leggendarie tombe di Mawangdui. Arte e vita nella Cina del II secolo A.C. Fino al 16 febbraio nelle sale del Refettorio Quattrocentesco di Palazzo Venezia, a Roma, una mostra che racconta l’epoca della dinastia Han (206 a.C. – 220 d.C.) attraverso i tesori provenienti dalle tombe rinvenute a Mawangdui e custoditi dal Museo provinciale dello Hunan, una delle istituzioni più importanti del sistema museale cinese. Una mostra a cura di Zhen Shubin


Più di duemila anni fa la civiltà Han, poneva le basi per quello che la Cina sarebbe stata oggi.  E’ tra il 206 a.C. e il 220 d.C. che l’impero cresce e si organizza, si espande in tutte le direzioni, e, superando i localismi, si trasforma in un sistema organizzato ed efficace, in breve dà vita a quel complesso insieme culturale e sociale che chiamiamo civiltà.  Una civiltà raffinatissima. Come raffinatissimi erano i gusti degli aristocratici sepolti a Mawangdui. Li Cang, il primo marchese di Dai, sua moglie Xin Zhui e uno dei loro figli. Appartengono a loro quegli oggetti (ben 76 ) che troviamo in mostra a Palazzo Venezia, dal contenitore per cosmetici ad uno specchio in bronzo, dal pettine in legno a denti fitti alle pinzette in osso e poi lacche, libri, dipinti su seta. Una mostra che ci restituisce uno spaccato di vita quotidiana di questi cinesi di duemila anni fa rimandando l’eco di una realtà storica e filosofico-religiosa straordinaria.

STORIA DI UNA SCOPERTA

E’ il 1952 quando il famoso archeologo cinese Xia Nai, a capo di un gruppo di studiosi dell’Istituto di Archeologia dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali conduce una campagna di scavo a Changsha  scovando nei sobborghi orientali della città di due tumuli conosciuti col nome di “Mawangdui”. Sono tombe, conclude lo studioso, risalenti approssimativamente al secondo secolo a.C.. Tuttavia solo nel 1971, durante dei lavori di costruzione di un ospedale, una fuoriuscita di gas e il manifestarsi inaspettato di una fiammella di colore blu (il cosiddetto “fuoco fatuo”), confermano la possibile presenza di antiche tombe ancora inviolate. E’ il preludio alla grande scoperta avvenuta di lì a poco.

Siamo negli anni ’70, in piena “Rivoluzione Culturale”, l’archeologia cinese stagna, ma la fortuita scoperta delle Tombe di Mawangdui finisce per cambiare il corso della stessa storia della scienza archeologica cinese. Ai difficili lavori di scavo della tomba n. 1 partecipano gli archeologi del Museo Provinciale dello Hunan, con il supporto e l’aiuto di studenti delle scuole di ogni ordine e grado di Changsha e dei militari dell’Esercito Popolare di Liberazione di stanza in città e delle fabbriche e delle miniere che forniscono attrezzature, apparecchiature e aiuto materiale allo scavo. I lavori durano più di quattro mesi, al termine dei quali viene portata alla luce una “Biblioteca sotterranea” intatta. Intanto si cercano altre tombe mentre la febbre per lo scavo attacca anche il Primo Ministro Zhou Enlai , che coinvolge le autorità centrali riuscendo a convogliare i massimi studiosi cinesi in un’equipe da mettere alla testa dei lavori di scavo e di ricerca. Si può dire che “state impiegate le forze di un’intera nazione”, un evento senza precedenti nella storia dell’archeologia cinese. E tanto entusiasmo è ripagato.

I reperti rinvenuti nelle tombe di epoca Han a Mawangdui sono davvero sbalorditivi. Il più sorprendente di tutti è stato il rinvenimento nella tomba n. 1 della salma di una donna risalente a più di duemila anni fa e identificata con Xin Zhui, moglie di Li Cang, primo Marchese di Dai. Si tratta della prima e della più antica salma al mondo ritrovata ancora completamente integra, non totalmente disidratata, e con i tessuti non ancora del tutto rigidi. Il metodo di conservazione del corpo è diverso da tutti quelli conosciuti nel mondo antico ( “mummificazione per disidratazione”, “saponificazione”, “mummificazione in torbiera”, “congelamento” ecc.). Gli oltre settecento oggetti laccati rinvenuti sono tutti d’incomparabile bellezza, e di tipologie molto diverse, di dimensioni differenti, tutti finemente decorati, e in buono stato di conservazione. Meravigliosi oggetti ornati con motivi decorativi innovativi, eleganti e raffinati che rappresentano il più alto livello raggiunto nella manifattura delle lacche nella Cina antica. Dei più di cento manufatti tessili e capi d’abbigliamento rinvenuti, quarantasei sono scampoli di stoffe e ventisette sono vesti o articoli di uso quotidiano, tutti riccamente ricamati. Magnifici tessuti e vesti ricercate, perfettamente conservati e dalle eleganti finiture che danno conto dell’appellativo di “Seres” (Popoli della seta) riportato nelle fonti occidentali per indicare le popolazioni provenienti dal lontano Oriente. Le iscrizioni riportate su listelli di bambù o tavolette di legno e i dipinti e manoscritti su seta rappresentano i più importanti ritrovamenti venuti alla luce a Mawangdui: sono più di novecento molti rappresentano l’inventario degli oggetti dei corredi funerari, altri sono testi di argomento medico o indicazioni del modo per mantenersi in una buona condizione fisica. E ci sono poi gli undici dipinti su seta con scene realistiche o mitologiche e, infine, i manoscritti su seta, più di cinquanta; si tratta di testi di inestimabile valore che trattano di politica, storia, astronomia, geografia, medicina, affari, militari, educazione fisica, arte etc., e che oggi vanno invece a costituire quella che si può ritenere una vera e propria “Biblioteca sotterranea”.

I ritrovamenti di Mawangdui mostrano, in definitiva, gli eccezionali risultati raggiunti nel campo dell’economia, della strategia militare, della tecnica, della storiografia, della filosofia, dell’arte e di tanti altri campi del sapere all’epoca della dinastia Han ricordandoci che non siamo mai stati il centro del mondo, come abbiamo voluto credere da sempre.





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