Mostre imperdibili: Giuseppe Panza di Biumo e quella straordinaria collezione che l’Italia non volle

Mostre imperdibili: Giuseppe Panza di Biumo e quella straordinaria collezione che l’Italia non volle

Giuseppe Panza di Biumo: Dialoghi americani. Venezia, Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna. 2 febbraio – 4 maggio 2014, una mostra a cura di Gabriella Belli e Elisabetta Barisoni, progetto espositivo di Daniela Ferretti


Scomparso del 2010, Giuseppe Panza di Biumo è stato una delle più importanti personalità della storia dell’arte contemporanea creando, a partire dagli anni Cinquanta, una delle più interessanti raccolte d’arte dei maestri della pittura americana del secondo dopoguerra: dall’espressionismo astratto alla pop art, dalla minimal all’arte concettuale, Giuseppe Panza saggerà il tempo dell’arte sino alla fine dei suoi giorni.

Una collezione straordinaria quella di Giuseppe Panza e che l’Italia si è fatta sfuggire quando la Regione Piemonte, nel 1974, non colse l’offerta di vendita di 80 opere della raccolta a un prezzo scontato, pur che restassero in Italia (sarà poi il MOCA di Los Angeles a comprarle), o quando altre città non resero possibile le donazioni proposte; una collezione la cui identità viene ora ricostruita, a grandi tappe, nella mostra veneziana, allestita con l’intento di assecondare il gusto e la predilezione di Panza per il silenzio e gli ampi intervalli e fedele testimonianza delle sue preferenze collezionistiche.

Negli spazi recentemente restaurati della Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro e dedicati alle sperimentazioni del XX secolo; in mostra ritroveremo una quarantina di lavori di 27 artisti  in prestito dai musei Guggenheim di New York e MOCA di Los Angeles, le due istituzioni che conservano i nuclei più importanti della collezione Panza di Biumo, insieme ad un gruppo di significative opere provenienti dalla collezione privata della famiglia, oggi gestita dalla moglie Rosa Giovanna Panza e dai figli.

Una sfilata di protagonisti assoluti: Robert Rauschenberg, Roy Lichtenstein, Franz Kline, Donald Judd, Mark Rothko, Dan Flavin, Hanne Darboven, Jan Dibbets, Joseph Kosuth, Richard Serra, tra gli altri, messa assieme da un collezionista motivato soprattutto da scelte estetiche ed etiche, l’investimento economico, assicurano coloro che lo conobbero, costituiva una parte del tutto residuale nella sua scelta.  E in quanto appassionato, nel senso più vero del termine, Panza riesce a cogliere il buono in anticipo e intrattiene rapporti personali con gli artisti.

Quello che posso dire – spiegava nelle conversazioni con Philippe Ungar – è che la mia ricerca va oltre i limiti di quello che si vede: tende a qualcosa che non riesco mai veramente a raggiungere, ma che ho la sensazione coincida con la pienezza della vita. Il sentore che tutto derivi da questa cosa incomprensibile…è una ricerca personale. Ho la sensazione che anche chi crea sia alla ricerca del superamento di qualcosa, che egli diventi lo strumento di una forza, di un soffio, di un’energia di cui solo raramente siamo consapevoli”. E ancora, nella sua autobiografia pubblicata nel 2003: “la vera arte è sempre uno strumento per comunicare con l’ignoto, che è dentro di noi e attorno a noi…”.

Nella carrellata di capolavori proposti a Venezia – per la maggior parte mai esposti nel nostro Paese – troviamo la prima opera di Rauschenberg acquistata da Panza a Documenta II, nel 1959, “perché vi era un’atmosfera carica di emozioni, una rappresentazione della realtà completamente trasfigurata dalla memoria e dalla passione, episodi del momento…”. Nessuno a quel tempo era interessato a Rauschenberg, ma Panza –  come ha ricordato Leo Castelli che lo definiva  “probabilmente il collezionista più straordinario in cui mi sia mai imbattuto” – “comprò in una sola volta sei dei suoi quadri, o forse anche di più…”.

All’arte concettuale Panza s’interessa tra il ’70 e il ’72 – “per la prima volta la filosofia ha avuto un’immagine… Comunicare idee ed emozioni questa è la funzione dell’arte” – e a Ca’ Pesaro, tra gli artisti esposti, ci sarà anche Walter De Maria con Broken Kilometer del ’79: “quando un manufatto arriva alla perfezione – rifletteva – si stacca dal tempo, diventa la presenza di un’idea immortale; se il profondo desiderio dell’uomo è vincere la morte, quest’opera è la testimonianza di una possibilità…!”. Fino alla “terza collezione”, dall’88 in poi dopo una lunga pausa degli acquisti: Alan Grahm e le sue forme primordiali, Max Cole, Lawrence Carroll, Gregory Mahoney con la sua “contemplazione dell’universo”, David Simpsonla cui arte – per Giuseppe Panza di Biumo – rivive nel colore e nella luce un episodio della vita cosmica che ci dona la possibilità di esistere”. Fino alla fine alla ricerca della verità, di qualche cosa di profondo e universale, del miracolo dell’arte. http://capesaro.visitmuve.it/

 

 

 





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