Mostre a Firenze: la fortuna dei Primitivi, una storia del collezionismo

Mostre a Firenze: la fortuna dei Primitivi, una storia del collezionismo

La fortuna dei Primitivi. Tesori d’arte dalle Collezioni italiane fra Sette e Ottocento, fino all’8 dicembre 2014
Firenze, Galleria dell’Accademia. Una mostra a cura di Angelo Tartuferi, direttore della Galleria dell’Accademia e Gianluca Tormen


Una mostra che “si pone come l’esatto contrario delle tanto vituperate ‘mostre Blockbuster’ (…) per la serie cospicua di autentici capolavori, che qui sono riuniti però in base a un criterio scientificamente motivato”, così Angelo Tartufieri, curatore della mostra, sbaraglia il campo da equivoci. Si tratta di un evento espositivo cui avvicinarsi con attenzione, perchè solo così è possibile coglierne tutta la sorpresa. Una domanda. Cosa spinse  tra ‘700 e ‘800 una folta schiera di personaggi assai diversi tra loro per cultura ed estrazione sociale, ad accaparrarsi le opere d’arte delle epoche anteriori alle rivoluzioni di Raffaello e Michelangelo?
La risposta la tentò 50 anni fa Giovanni Previtali nel libro “La fortuna dei Primitivi” (titolo ripreso anche per la mostra) che tracciava la storia della rinascita dell’interesse, anche collezionistico, verso i cosiddetti Primitivi. Previtali, affrontando il fenomeno culturale, ne cercò le motivazioni (che erano più di carattere storico che estetico) ricordando una considerevole serie di collezionisti che riteneva esserne stati parte fondamentale. Proprio a questi collezionisti e alle opere da loro raccolte è dedicata la mostra.

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I collezionisti, circa quarantadue quelli rappresentati in mostra, abbracciano l’arco temporale che va dalla metà del Settecento fino al primo ventennio dell’Ottocento ed opere appartenenti alla tardo antichità cristiana, al Medioevo e al primo Rinascimento oggi conservate in prestigiose istituzioni nazionali e internazionali. Il racconto di un collezionismo pionieristico che solo successivamente, soprattutto con le requisizioni delle armate napoleoniche e delle soppressioni di chiese e conventi da parte del governo napoleonico, che favorirono in maniera notevolissima la circolazione di opere sul mercato, assunse caratteri di sistematicità contribuendo alla costituzione delle collezioni dei principali Musei d’Europa. Le opere in mostra sono suddivise in piccole sezioni introdotte dall’effigie del collezionista al quale erano appartenute e l’allestimento è stato studiato per “simulare” la dimora, il luogo, nel quale i vari collezionisti, che operavano praticamente in tutti i principali centri italiani, conservavano queste loro opere. Si ricordano così Agostino Mariotti, Sebastiano Ranghiasci, Tommaso Obizzi, Padre Raimondo Adami, Angiolo Maria Bandini, Alfonso Tacoli Canacci, Stefano Borgia, Sebastiano Zucchetti, Ottavio Gigli …. (ecc.), personaggi di varia estrazione sociale, spesso membri del clero, persone colte, eruditi, bibliofili che in molti casi furono anche in contatto fra loro influenzandosi a vicenda. “Tra gli artisti rappresentati figurano pittori, scultori e miniatori di Firenze e d’altri centri italiani quali il Maestro della Maddalena, Arnolfo di Cambio, Bernardo Daddi, Taddeo Gaddi, Nardo di Cione, Lippo Memmi, Vitale da Bologna, Ambrogio Lorenzetti, Pietro da Rimini, Matteo Giovannetti, il Beato Angelico, Attavante degli Attavanti, Andrea Mantegna, Cosmè Tura, Piermatteo d’Amelia e Giovanni Bellini. Ma altrettanto affascinante è l’aspetto meno immediatamente evidente della scelta di opere d’arte, una sorta di spessore storico che ognuna porta con sé, una bruma di notizie sepolte negli archivi, di fatti accaduti, di vite vissute, dalla quale prendono forma – perspicacemente plasmate da studi e ricerche – le identità poco conosciute o addirittura dimenticate dei raccoglitori che si adoperarono, con atteggiamento pionieristico, per salvare quelle remote testimonianze artistiche dalla distruzione o dall’abbandono“, osserva la soprintendente al Polo Museale Fiorentino, Cristina Acidini.

 





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