Michelangelo: la mostra da non perdere, a Roma

Michelangelo: la mostra da non perdere, a Roma

1564 – 2014 Michelangelo. Incontrare un artista universale. Musei Capitolini, fino al 14 settembre 2014. Un percorso in 150 opere, di cui 70 del maestro, ideato e curato da Cristina Acidini, soprintendente per il Polo Museale della città di Firenze, con gli storici dell’arte Elena Capretti e Sergio Risaliti.


Come annunciato, dedicheremo in questi giorni alcuni approfondimenti alla grande mostra realizzata a Roma in occasione del 450mo anniversario della morte di Buonarroti. QUI e QUI, potrete trovare gli articoli già pubblicati, intanto ecco in sintesi, il precorso delle nove sezioni, strutturate attraverso contrapposzioni.

 

RITRATTO DI UN GENIO

Michelangelo Buonarroti nasce a Caprese nel 1475 e muore a Roma nella sua abitazione in via Macel de’ Corvi il 18 febbraio del 1564. La sua fu una carriera artistica lunghissima, trascorsa quasi esclusivamente tra Firenze e Roma, con poche eccezioni: le cave di marmo tra Carrara e Pietrasanta, viaggi a Bologna, Venezia e Ferrara. Di Michelangelo restano moltissime lettere che ci consentono di avvicinare quel grande artista al lavoro, nel rapporto più intimo con i suoi familiari, in quello più complesso con i principi della Chiesa, con i governanti e gli artisti della sua epoca. In altre carte lo riconosciamo alle prese con la lista della spesa, afflitto da malanni, preoccupato per l’esito incerto della storia in Italia e in Europa.

Dalla gioventù a Firenze, nella bottega di Domenico e Davide Ghirlandaio e nel Giardino di San Marco, dalla Repubblica fiorentina al trasferimento a Roma, dai suoi rapporti coi papi alle meditazioni spirituali dell’età matura (anche alla luce del rapporto con Vittoria Colonna e con la cerchia dei religiosi riuniti intorno al cardinale Reginald Pole), questa sezione della mostra è la più biografica.

 

ANTICO E MODERNO: I MODELLI

I maestri del Trecento e del primo Quattrocento e gli antichi, e persino i maestri nordici. La sezione racconta come Michelangelo propose un’innovativa sintesi tra mondo classico, cultura figurativa rinascimentale, arte cristiana.

 

VITA E MORTE

Michelangelo riconobbe nel corpo umano la somiglianza tra la creatura e il suo Creatore. La bellezza immaginata secondo gli ideali platonici trovò allora una ragione d’essere artistica e cristiana nell’incarnazione di Cristo, nuovo Adamo venuto a sconfiggere la morte. I temi della nascita e del trapasso, quelli della rivelazione e della redenzione, sono al centro della sua arte, fin dalle prime prove giovanili, quando scolpì la Madonna della scala e il Crocifisso per gli agostiniani di Santo Spirito, grazie ai quali ebbe modo di studiare l’anatomia umana sezionando cadaveri nell’ospedale del convento.

 

LA BATTAGLIA, VINCITORI E VINTI

 Il tema della battaglia viene affrontato da Michelangelo per la prima volta in marmo nella Battaglia dei centauri. Poi quando il cancelliere Pier Soderini organizzerà dopo il 1503 una sorta di sfida tra Leonardo e Michelangelo, commissionando al primo la Battaglia di Anghiari e all’altro la Battaglia di Cascina per le pareti del Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze. Del cartone preparatorio di Michelangelo, distrutto già nel Cinquecento, restano una pregevole copia eseguita da Aristotile da Sangallo (Norfolk, Holkham Hall, Collezione Leicester) e una serie di disegni, come il bellissimo Nudo di schiena di Casa Buonarroti in mostra.

Esempi di umanità vittoriosa nelle opere di Michelangelo sono anche il San Procolo martire (Bologna, San Domenico) e il David colossale (Firenze, Galleria dell’Accademia), uccisore di Golia. Come un condottiero appare anche il Cristo Redentore in Santa Maria sopra Minerva a Roma, che impugnando il legno della croce attraversa vittorioso l’ombrosa valle della morte per condurci alla vita eterna. Secondo le fonti, Michelangelo avrebbe abbandonato incompiuta una prima versione del Cristo Redentore, che si propone di individuare nella scultura di Bassano Romano, importante presenza qui in mostra, esposto nella sala Orazi e Curiazi.

Non di rado il corpo nudo maschile, icona centrale nell’immaginario creativo di Michelangelo, pare volersi liberare dalla materia che lo imprigiona nel blocco di marmo. Nei cosiddetti Prigioni o Schiavi (evocati in mostra da calchi, nella sala Orazi e Curiazi), originariamente concepiti per la Tomba di Giulio II, si allude simbolicamente alla fatica spirituale sopportata dall’umanità per svincolarsi dalla presa della sensualità, che pietrifica l’individuo impedendone la rigenerazione.

Una simile dialettica parrebbe rivelarsi nel Genio della Vittoria – opera pensata per la Tomba di Giulio II. Su tutti, il vittorioso in assoluto sarà il Cristo giudice sulla parete sopra l’altare della Cappella Sistina, la cui bellezza apollinea traluce in una fisicità di sublime e minacciosa concezione.

 

TRADIZIONE E LICENZA, FIRENZE

Il tema dello spazio nella sezione che racconta di Michelangelo architetto: dagli esordi nel 1507 col completamento del tamburo della ‘cupola’ di Santa Maria del Fiore, rimasto grezzo dopo la morte di Filippo Brunelleschi, alla nuova facciata di San Lorenzo, opera commissionata all’artista da Leone X, papa Medici, alla Sagrestia Nuova, alla Biblioteca Laurenziana alle opere di rafforzamento delle difese cittadine, concepite tra il 1529 e il ‘3° per la Repubblica Fiorentina.

 

LA NOTTE E IL GIORNO

La Sagrestia Nuova, con le tombe dinastiche dei Medici e le figure commemorative di Lorenzo de’ Medici duca di Urbino e di Giuliano de’ Medici duca di Nemours, avrebbe dovuto rappresentare il progetto più integrale di Michelangelo, artista ‘quadruplice’, nel senso che ad opera conclusa l’architettura e la scultura sarebbero state completate da forme simboliche e decorazioni pittoriche, e perfino da oggetti di ‘design’ come i candelabri, insieme a elementi allegorici di carattere grottesco.

Non è un caso che al significato dell’intera struttura e delle statue si alluda in una serie di versi di mano del Buonarroti, da cui si evince come il tema generale del Tempo che tutto consuma, non fosse affrontato in senso religioso ma cosmologico.

Allo scorrere dei giorni e delle ere, alla ciclicità di vita e di morte, di luce e di oscurità fanno riferimento le quattro statue sui sarcofaghi (l’Aurora e il Crepuscolo, la Notte e il Dì), scolpite da Michelangelo a partire dal 1524. Due di esse, la Notte e il Dì, simboleggiano pure la condizione esistenziale di chi brancola nelle tenebre del peccato seguendo un genio cattivo, e di chi invece procede sicuro nel cammino luminoso della virtù guidato da un genio buono.

 

AMORE CELESTE, AMORE TERRENO

La filosofia dell’amore celeste cui si contrappone l’eros terreno, come era stata spiegata da Marsilio Ficino, fu decisiva per il giovane Michelangelo. La contrapposizione tra desiderio di bellezza e impulso erotico venne poi vissuta con sempre maggior tensione e perfino drammaticità dall’artista, che ne trasferì il senso sia nelle sue sculture sia nelle sue composizioni poetiche.

 

“…LA STRADA CH’AL CIEL SALE…”

Michelangelo torna incessantemente a trattare il tema del potere miracoloso e salvifico del Redentore, il solo che può vincere la morte. Come nei due bellissimi disegni con la Resurrezione di Lazzaro – prestati dal British Museum di Londra – eseguiti dall’artista fiorentino intorno al 1516, quando Sebastiano del Piombo ricevette la commissione per una pala d’altare con lo stesso soggetto. La fase finale della vita di Michelangelo è caratterizzata da un rapporto sempre più totalizzante con la fede cristiana, in particolare con la figura di Gesù, con i temi della Crocifissione e della Resurrezione. Questa concentrazione spirituale, portata ai limiti del misticismo, si accompagna a una costante riflessione sulla morte e sulla rigenerazione dei corpi attraverso la salvezza cristiana dell’anima individuale.

 

REGOLA E LIBERTÀ, ROMA

Dopo essere giunto nel 1534 a Roma, la vita di Michelangelo cambiò profondamente. Già segnato in quella città dalle estenuanti esperienze della tomba di Giulio II e degli affreschi nella Cappella Sistina, egli si trovò inserito nel grande programma politico e urbanistico di papa Paolo III e ne divenne, non senza resistenze, il protagonista.

Intanto, gli impegni si susseguivano su fronti diversi e titanici: dagli affreschi del Giudizio Universale, a quelli della Cappella Paolina, al cantiere di San Pietro. Fin dal 1547, il Buonarroti dedicò numerosi studi al disegno del tamburo e della cupola e all’esecuzione del modello, molti dei quali oggi perduti: restano, oltre ad alcuni schizzi, le preziose sezioni per l’alzato della cupola dei musei di Lille (in mostra) e di Haarlem, e come è pervenuto – seppur rimaneggiato – il modello ligneo conservato presso la Fabbrica di San Pietro. Sono tuttavia gli ultimi progetti a svelare il cambiamento verificatosi nell’artista nel modo di progettare l’architettura. In essi il problema dello spazio non è più affrontato, come a Firenze, in termini oggettivi, ma è risolto in una sorta di elaborazione concettuale che Michelangelo persegue fin dall’inizio, quando è intento a disegnare.

 

 

 

 





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