Maurizio Cattelan, quei cavalli in fuga per l’altrove

Maurizio Cattelan, quei cavalli in fuga per l’altrove

Gran clamore per Maurizio Cattelan e la sua mostra alla Fondazione Beyeler di Basilea


Cinque cavalli infilati nel muro, cinque cavalli e nessuna spiegazione da rendere alla stampa incuriosita che si chiedeva, alla presentazione, dove fosse Maurizio Cattelan. Sapevamo da tempo che la nuova installazione che l’artista ha realizzato per la Fondation Beyeler fosse nuova solo in parte, sapevamo che fosse qualcosa di peloso, come aveva anticipato il NYT. Credevamo che fosse il ritorno del cavallo imbalsamato, ma lui ne ha portati cinque e un titolo a evocare Curzio Malaparte: Kaputt (con le scene tragiche dei cavalli dei soldati in ritirata dalla Russia finiti congelati in un lago finlandese) e Primavera, a ricordo della lirica descrizione della primavera sulle rive del lago finlandese.

E i cavalli imbalsamati di Cattelan, che non sono vivi ma che neppure sembrano morti, appaiono sospesi nella dimensione dello stupore. Lo stupore di chi, dopo aver attraversato la devastazione della guerra, termina la corsa in nessun luogo, non il niente, ma uno spazio che mente umana non è riuscito ancora a immaginare. Quei cavalli portano con sé la paura, la disperazione, la tragedia, e l’allegoria di una primavera che sa bene come essere crudele.

I cinque cavalli  – scrive Francesco Bonami nel saggio della mostra – sono in qualche modo diversi dai singoli cavalli che Cattelan ha presentato in passato. Il cavallo solitario è una sorta di tentativo di fuggire la solitudine, sensazione che l’artista sta combattendo costantemente. Il salto, lo sforzo è delirante eppure eroico. I cinque cavalli trasformano invece l’illusione in panico, fuggono in una fuga precipitosa e lo sforzo individuale è una folla febbrile. Si tratta di un esodo quello a cui stiamo assistendo, non ad una ricerca di libertà. Come i cavalli di Malaparte in Finlandia che scappano dal lago ghiacciato, i cavalli di Cattelan non cercano la libertà, ma la sopravvivenza”.

E così l’artista che ha fatto dell’ironia il suo marchio di fabbrica, torna a scuoterci in maniera anche violenta (e facilmente criticabile), sembra oggi mille miglia lontano dal Cattelan con lo sguardo innocente di un eterno Pinocchio che spunta dalla buca del pavimento in quella sua famosa opera usata per l’immagine guida della mostra. Lui che ama gli asini ma che per dirla con le parole di Bonami, tante volte deve essersi sentito come un “cavallo in trappola”.

La retrospettiva alla Fondation Beyeler rimarrà allestita fino al 6 ottobre. www.fondationbeyeler.ch (a.d)





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