L’intervista. Luigi Burzotta, tra psicoanalisi e linguaggi artistici

L’intervista. Luigi Burzotta, tra psicoanalisi e linguaggi artistici

Virginia Zullo rivolge alcune domande a Luigi Burzotta


L’autore del libro “Lo sguardo della maschera”  (Armando editore) , Lugi Burzotta, psicanalista a Roma, è membro del Bureau dell’associazione psicanalitica internazionale, « Fondation Européenne pour la Psychanalyse », di cui è stato presidente dal 2008 al 2010. L’autore organizza nei prossimi giorni 16, 17 e 18 maggio a Roma, nella Sala Pavillon della Residenza Ripetta, il decimo Congresso della Fondation: “La formazione dello psicanalista oggi”.

Se dovesse riassumercelo in breve: cos’è il suo libro Lo sguardo della maschera ?

copertinaDirei che è un oggetto di linguaggio, un luogo in cui si esercita uno stile, dove l’esercizio della mia parola trova un appoggio su modelli di produzione letteraria e artistica. Si tratta di modelli in cui è evidente l’emergenza di qualcosa che si apparenta al sapere inconscio di eccellenti autori della letteratura e dell’arte, da me riproposti per mettere in gioco, in una nuova combinatoria, ciò che di me non so; ma, in questa tensione, permettendo al mio sapere inconscio di prodursi all’insaputa. Per dirlo in modo più semplice, parlando di qualcun altro non si smette mai di parlare di sé.

Alcuni capitoli sono dedicati al tema dell’amore… Cosa si sente di segnalare a tale riguardo soprattutto alla luce della sua esperienza di analista?

Non posso certamente dire, come Socrate, che tutto quello che so, pertiene soltanto all’amore, ma certamente lo riguarda tutto ciò che io non so di sapere. I puntini di reticenza che mettono in sospeso, nella sua domanda, la parola “amore”, la dicono lunga sulla scabrosità della questione: ogni domanda è richiesta d’amore. Fosse pure la più innocente, ogni domanda fa appello all’amore dell’altro senza condizioni; ma poiché si articola in parole e non c’è articolazione di linguaggio che non sottenda il desiderio, ci troviamo senza saperlo nel dominio dell’inconscio: quando parliamo, infatti, diciamo sempre altro da quello che intendiamo dire.

Il desiderio apre una voragine sotto i nostri piedi: paradossale e contraddittorio non vive a cielo aperto, ma le sue esigenze sono assolute e condizionano il godimento al punto da permetterne, qualche volta, soltanto i modi penosi del sintomo. Ecco Virginia, che cosa sottendevano i suoi puntini di reticenza dopo la parola “amore”: desiderio e godimento. Dice Lacan :“Soltanto l’amore permette al godimento di condiscendere al desiderio”.

Un altro capitolo molto interessante del suo libro verte sulla questione del Padre, vi è urgenza oggi di riflettere su questa questione?

Lei con bello stile dice “capitolo”, per intendere in modo metaforico filone tematico; non si può, infatti, articolare nulla dell’amore e del desiderio in rapporto al godimento senza il tema della funzione paterna e della legge che questa richiama.

Grazie alla metafora del padre, la norma della legge e la trasgressione del desiderio si reggono in una tensione dialettica tale, da poter dire che legge e desiderio è la stessa cosa. Questo spiega perché le radici dell’amore pescano nell’odio e trovano la loro origine nell’amore di un nome, quello del padre.

Il padre di quest’amore assoluto è quello dal quale non si può attendere più nulla; s’intende allora perché, per quanto noi dobbiamo fare a meno di questo nella nostra condotta, è utile che esso la regoli segretamente. Si può trovarne un’esemplificazione nella sezione del libro intitolata: “Pirandello e il desiderio del padre”.

(Virginia Zullo)

 

 

 





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