L’arte è terapia

L’arte è terapia

Fino al 7 settembre il Rijksmuseum di Amsterdam propone un insolito allestimento curato dagli scrittori e filosofi britannici Alain de Botton e John Armstrong. Riempendo il meraviglioso museo nazionale olandese con una sorta di post-it giganti, ci raccontano perché l’arte faccia bene alla salute


L’iniziativa del Rijksmuseum non a tutti è piaciuta, c’è chi ad esempio, critica il fatto che quei cartelli gialli colmi di frasi finiscano per i distogliere il visitatore dalle opere d’arte, che sono il vero scopo per cui si entra in un museo, il quale, in fondo, non è una clinica psichiatrica, non è un luogo pensato per sentirsi meglio. No? No, un museo è un luogo anche per stare bene, soprattutto per stare bene, replicano ad Amsterdam, e le ragioni sembrano ottime.

Pittura, fotografia, scultura e tutte le forme d’arte, secondo i due filosofi britannici servono a guidarci nei percorso tortuosi della vita: nell’amore, nella morte, nella malattia, nella memoria e replicano che, in fondo, l’idea non è neppure troppo nuova poiché già i greci l’avevano fatta loro. Il concetto, in realtà va puntualizzato, ovvero l’arte di per sé non allevia il dolore o lo stress ma aiuta a comprenderli, a riconoscerli, a sentirci in fondo meno soli; che è già un buon passo da un punto di vista terapeutico. De Botton e Armstrong, che hanno ampliato le loro tesi in un libro, “The Art as Therapy” (Phaidon) sostengono che l’opera faccia da specchio al fruitore. Così, la cartolina più venduta nel mondo secondo de Botton sarebbe un incantevole paesaggio di Monet perché “La vita non è sempre bella, e quindi siamo alla ricerca di cose belle. Nell’arte, spesso troviamo qualcosa che manca nella nostra vita”.
Il Rijksmuseum, che neanche un anno fa ha riaperto nell’allestimento completo dopo lunghi lavori di restauro, cosa che ha portato a oltre tre milioni i visitatori del 2013, è pieno, accanto alla Ronda di Notte di Rembrandt, che è il dipinto centrale dell’immensa collezione museale, vi è scritto  “I can’t bear busy places – I wish this room were emptier” (non sopporto i luoghi affollati preferirei che questa sala fosse vuota) ed il riferimento non è tanto al reale affollamento della stanza del Rembrandt, ma al forte senso di cameratismo che ispira il dipinto.

 

De Botton e Armstrong commentano così 150 opere esposte nelle gallerie Rijksmuseum , dal Medioevo fino al 20 ° secolo, e operazione analoga la compiono sugli oggetti nel negozio, nella caffetteria, nel guardaroba e all’ingresso (“Il museo non è che un preludio a un migliore modo di vivere”). De Botton e Armstrong ritengono che informando sul nome dell’artista, il materiale utilizzato, il periodo in cui l’oggetto è stato creato , ecc, le tradizionali tavole di testo museali suggeriscono già ciò che il visitatore dovrebbe pensare di un certo oggetto. Sovvertendo lo scopo dell’arte evidenziandone l’effetto terapeutico i due tracciano due fili rossi sulla base di temi come fortuna, politica, sesso e denaro mentre il tema della memoria viene tracciato attraverso rare fotografie del 19 ° secolo, i cosiddetti dagherrotipi “una delle stanze più tristi del museo. Si potrebbe desiderare di piangere”, scrivono i due, visto che  tutte le persone nelle foto sono morte. Non male come terapia, ma poi

C’è sempre il modo di riprendersi, “e visto che siamo disposti a spendere tempo in palestra per la forma fisica – recita la scritta collocata accanto ad una scultura antica – perché non andare in un museo per ritrovare la forma mentale”. Cosa buona e giusta post-it, o non post-it. www.rijksmuseum.nl

 

 





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