L’acqua e gli dèi nel mito classico

L’acqua e gli dèi nel mito classico

di Emilio Pepe


La visione religiosa greca e romana non solo vede nell’acqua un mezzo per unire l’essere umano al mondo divino, ma giunge a considerare le stesse acque come abitate dalla divinità, potremmo dire quasi divinizzate.

Ciò si giustifica soprattutto a causa del politeismo: i popoli antichi, tranne gli ebrei, erano tutti politeisti e il fatto di credere in molti dèi li portava, perciò, a vedere nei vari elementi della natura la presenza e la manifestazione di esseri superiori.

L’acqua si offre all’esperienza umana sotto forma di sorgente, fonte termale, fiume, lago, mare, pioggia … Ebbene, in tutte queste situazioni il greco e il romano del mondo classico “incontrano” le varie divinità.

Il più antico dio delle acque è Oceano, il padre dei fiumi e delle sorgenti. I vari fiumi, a loro volta, sono considerati divini, al punto che diventano destinatari di un culto, sulle loro sponde si edificano santuari e nelle loro acque si gettano doni votivi. A Roma il Tevere viene chiamato Divus Tiberinus.

Le Ninfe vivono nei corsi d’acqua: esse si distinguono in Naiadi (abitanti in sorgenti e fiumi), Oceanine (nell’oceano) e Nereidi (nel Mediterraneo).

Molto famoso è il mito della nascita di Afrodite-Venere dalla schiuma del mare (fig. 1). Sostenuta da una conchiglia, la dea giunge prima all’isola di Citera e successivamente a Pafo, nell’isola di Cipro, il luogo dove maggiormente è venerata.

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Poseidone – Nettuno

Il principale dio acquatico, però, è Poseidone-Nettuno, fratello di Giove. Egli abita in una splendida reggia in fondo al mare e ogni tanto ne emerge con il suo carro trascinato dai cavalli marini; anche gli altri animali che vivono nell’acqua fanno parte del suo corteo. Dallo stato d’animo di Nettuno dipendono le condizioni dei mari: tutto è calmo quando lui è calmo, tutto è tempestoso quando lui si arrabbia. Con il suo tridente scuote le superfici e le profondità marine, provocando terrore nei naviganti, le cui navi sono sballottate come paglia; ma ad un suo cenno ritorna la tranquillità. Addirittura un’intera civilissima nazione, Atlantide, scompare inghiottita dalle acque. Accanto a Nettuno compaiono la moglie Anfitrite e i Tritoni, figure in forma umana nella parte superiore e in forma di pesce per quella inferiore. Anche le Sirene, corrispettivo femminile dei Tritoni, sono agli ordini del dio.

Molti altri personaggi mitologici vengono coinvolti a vario titolo in avvenimenti legati all’acqua: pensiamo ad esempio a Narciso, che si innamora della propria immagine riflessa in una fontana, o ad Ercole che, in una delle sue fatiche, uccide l’idra che vive in una palude.

Nella mitologia greco-romana l’acqua è anche una via per accedere al regno dei morti. Il fiume Lete segna i confini dell’oltretomba e nei pressi del lago Averno è posto l’ingresso nell’aldilà. Caronte traghetta le anime dei defunti in un luogo attraversato ancora da corsi d’acqua: l’Acheronte, lo Stige, il Cocito e il Flegetonte. L’acqua, dunque, non abbandona mai l’uomo, neanche dopo la morte.

Questi e altri significati e valori, che la mitologia attribuisce all’elemento acquatico, si ritrovano rappresentati anche nell’arte oltre che nella letteratura; anzi, forse ancora di più nell’arte, dal momento che pittori e scultori lungo la storia si sono costantemente ispirati ai racconti mitologici.

Nell’ultimo secolo la psicologia si è molto impegnata nel recupero della mitologia classica, scoprendo in essa degli aspetti originali. In modo particolare la presenza dell’acqua è stata prevalentemente considerata come una rappresentazione della condizione umana: la fluttuazione dei desideri e dei sentimenti, la turbolenza della vita o l’assenza di emozione, il livello superficiale e quello profondo come simboli del contrasto (o della continuità) tra coscienza e mondo inconscio. In tal modo, come nel mito di Narciso, l’acqua, materia prima, continua ad offrirsi agli uomini non solo come un mezzo per vivere, ma anche come uno specchio per “riflettere” su se stessi.





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