La ragazza con l’orecchino, travolta dai fan e dalle critiche

La ragazza con l’orecchino, travolta dai fan e dalle critiche

La ragazza con l’orecchino di perla fa il giro dei media internazionali, e con lei quel popolo di fan che in centinaia di migliaia ha già prenotato la visita mentre si grida alla nuova Gioconda, alla nuova icona dell’Arte, quella con la A maiuscola, quella che il solo nominarla serva ad evocare tutta la grandezza della pittura di tutti i tempi: dagli ignoti pittori di Altamira a Francis Bacon


La critica severa storce il naso. La Ragazza? “Una barbie”, dice Philippe Daverio. “Prostituzione” tuona Vittorio Sgarbi, mentre Achille Bonito Oliva è più benevoloIl pubblico ha bisogno di icone da cui partire. La ragazza con l’orecchino di perla è un’opera ‘interattiva’, una ‘acchiappasguardi’ per visitatori che non necessitano di autorizzazione culturale. Vederla per loro è un atto liberatorio“. E Tommaso Montanari, da sempre critico nei confronti delle grandi mostre, sottolineaDovremmo educare i cittadini a una dimensione contestuale e ambientale dell’opera d’arte. Ogni opera nasce da una relazione. Qui, invece, si distrugge il contesto e si tirano fuori i feticci. Che poi sono sempre quelli: un canone di 12 nomi con cui mettere in scena lo spettacolo. Così la missione dello storico dell’arte viene tradita. Per organizzare questo tipo di mostre-show basta una buona ditta di traslochi”. A ben guardare hanno tutti ragione (e non è una citazione di Sorrentino)

Ma saggia più di tutti appare quella signora intervistata da un Tg nazionale dopo aver speso 40 euro per avere il privilegio di ammirare la Ragazza con l’orecchino nell’ambito di quelle visite guidate che precedono l’apertura ufficiale della mostra, l’8 febbraio, e che dice: “La bellezza te la prendi e la metti nel cuore, lì resta, da qualche parte”. Certo, ma se fosse solo questo Google art basterebbe allo scopo, e invece non è così. Per dirla con Robert Cialdini, docente di marketing alla Arizona State University autore de Le armi della persuasione, un testo fondamentale per comprendere la società della comunicazione, il meticoloso marketing che ha accompagnato l’evento ha reso l’evento irripetibile e “l’atto del vedere è il compimento di un rito perché l’opera la si conosce già ma si ha il desiderio di vederla di persona”.

Fermo restando che Vermeer era un pittore strepitoso e la Ragazza è un dipinto strepitoso (per approfondire QUIQUIQUIQUI e QUI ) e fermo restando che nei pochi minuti che si hanno a disposizione ben poco si potrà capire della golden age olandese e della tecnica e della poetica di Vermeer, è certo che la mostra, e le grandi mostre in genere, ben difficilmente sono concepite per accrescere bagagli culturali (a meno che non si completi l’evento con adeguati approfondimenti) ma sicuramente vengono incontro all’emozione. E l’emozione, in questa società sempre più assuefatta all’immagine può molto. Rendere emozionanti i nostri musei, quel patrimonio nazionale che di opere di livello straordinario (più della Giconda, più della Ragazza) può contare centinaia, è la lezione che dovremmo imparare, e che dovremmo pretendere. Se i nostri musei fossero visitati da un pubblico numeroso e soprattutto consapevole dell’importanza di ciò che sta ammirando, ogni polemica sui grandi happening d’arte sarebbe vana. (a.d)

 





COMMENTI

Lascia una risposta


Vedi tutto