INTERVISTA | Guido Guglielminetti, bandleader, con Francesco De Gregori da 29 anni

INTERVISTA | Guido Guglielminetti, bandleader, con Francesco De Gregori da 29 anni

Bassista, arrangiatore, compositore, produttore. Ha suonato, prodotto e contribuito alla realizzazione di album storici della musica italiana, con alcuni dei più importanti artisti del panorama musicale da Francesco De Gregori, Lucio Dalla, Ivano Fossati, Umberto Tozzi, Nilla Pizzi, Loredana Berté, Mia Martini, Lucio Battisti, Adriano Pappalardo, solo per citarne alcuni.


“De Gregori canta Bob Dylan – amore e furto” è uscito lo scorso 30 ottobre. E’ in corso un mini – tour di presentazione dell’album che si terrà negli store La Feltrinelli. Oggi 3 novembre Francesco presenterà l’album al pubblico a Torino (Stazione di Porta Nuova, il 4 novembre a Genova (Via Ceccardi, 16), il 5 novembre a Bologna (Piazza Ravegnana, 1), il 6 novembre a Firenze (Piazza della Repubblica, 26), il 7 novembre a Roma (Via Appia Nuova, 427), l’8 novembre a Napoli ( Via Santa Caterina a Chiaia, 23) e infine il 9 novembre a Bari (Via Melo,119). La presentazione avrà inizio sempre alle ore 18:30.

Quest’album è un omaggio di De Gregori a uno dei suoi maestri. E’ composto da 11 brani del vasto repertorio del cantautore di Duluth, con pezzi incisi dagli anni 60 al “Dylan del 2001” di Love and theft.

Il disco è stato prodotto da Guido Guglieminetti, che da 29 anni fa parte e dirige la band di Francesco De Gregori, e che con altri 2 musicisti della band venerdì scorso ha accompagnato Francesco De Gregori suonando live tre brani del nuovo disco a La Feltrinelli di Milano, davanti ad un pubblico emozionato che si è riunito nello Store di Piazza Piemonte per assistere alla presentazione del nuovo album.

Guglielminetti ha curato tutta la parte musicale e in questa intervista racconta alcuni retroscena sulla genesi di quest’ultimo album, sul suo modo di sentire e suonare il basso, sulla vita in tour e sulla sua esperienza come musicista e bandleader che dal 1986 affianca Francesco de Gregori, un grande cantautore della musica italiana, per brevità, chiamato artista.

guidoguglielminettibandfrancescodegregori
Guido Guglielminetti, la band e Francesco De Gregori

Intervista – Guido Guglielminetti

Ho potuto assistere tra il pubblico de La Feltrinelli a Milano all’esecuzione dei tre brani del nuovo album, suonati dalla vostra band in formazione ridotta e a stretto contatto con il pubblico: si poteva notare che vi divertite proprio quando suonate.

Si, è vero. Per noi, avere il pubblico così vicino è una grande emozione. L’energia reciproca che si trasmette arriva molto più facilmente con la vicinanza. Come diceva Francesco De Gregori, non abbiamo neanche provato molto, quindi siamo rimasti a come si suonava con tutta la formazione, non così in formazione ridotta ed è stata una sorpresa, una piacevolissima sorpresa perché ci siamo proprio divertiti. Il pubblico ha partecipato molto. Ho visto un pubblico attento, emozionato. Non vedo l’ora di tornare a suonare live.

Il prossimo appuntamento è stasera, 3 novembre a Torino alle 18:30. Questo mini tour può bastare come allenamento prima d’iniziare il tour a marzo 2016?

Si, ma io mi auguro e immagino anche che faremo qualcosa prima. Non so se riusciamo a resistere. Se ci costringono può darsi, ma non credo. Se salta fuori qualcosa la faremo senz’altro.
E’ molto più difficile per noi stare a casa. Il mio limite sono 3 giorni. Dopo comincio a scalpitare. Pensa che una volta siamo stati costretti a stare un po’ fermi. Avevo male al braccio destro, pensavo d’avere una tendinite, ma dopo 3 sedute dal fisioterapista lui stesso m’ha detto: “guarda, secondo me se parti per una tournée, passa tutto”. E infatti è andata così e mi sono resoconto che era la frustrazione di fare una vita a cui sentivo di non appartenere. E’ bello sapere che lunedì vedrò gli altri e che suoneremo a Radio Italia Live.

L’album è bellissimo, com’è stata la genesi di “De Gregori canta Bob Dylan”

L’idea di fare un album di traduzioni dei pezzi di Dylan è partita dalla Sony Music. Superato lo scetticismo iniziale ha deciso di farlo. La genesi dell’album è stata relativamente breve da quando ha deciso di fare quest’album a quando ho cominciato a sentire le prime cose; evidentemente, ci stava pensando.

Comunque lui Bob Dylan ce l’ha nel DNA: si trattava solo di tradurre i termini tecnici, perché secondo me, quei due signori vivono in simbiosi a distanza.  Quando siamo andati in studio in effetti un po’ di problemi iniziali ce li abbiamo avuti perché talmente affascinati noi e affezionato lui a un certo modo di realizzare le cose di Bob Dylan, ci siamo trovati ad un bivio importante: se seguire alla lettera gli arrangiamenti ed il modo di suonare di Bob Dylan o se seguire un’altra strada. E li ci siamo ritrovati a discutere amorevolmente, perché non ero molto d’accordo nel rifare anche quelli che secondo me erano errori, “sporcature” dovute al fatto che alcune registrazioni sono frutto dell’improvvisazione ed è vero che sono molto affascinanti anche proprio perché contengono quegli errori, ma non credevo che fosse giusto ripeterli.

Lo stesso Dylan, gli stessi musicisti se avessero rifatto le registrazioni non li avrebbero rifatti. Rifarli noi avrebbe fatto sorridere lo stesso Bob Dylan. Quindi abbiamo trovato la via di mezzo migliore: rispettare lo spirito di quei brani, mediato dalla nostra personalità.

In realtà ho notato con piacere che molti dicono che abbiamo rispettato alla lettere gli arrangiamenti. Mi fa molto piacere, perché non è vero. Nel senso che, ognuno di noi ha suonato per la propria personalità. Se risulta essere uguale, è un grande risultato da parte nostra perché in realtà, tecnicamente parlando, con il basso io non ho fatto le stesse cose, però ho rispettato il modo, lo spirito, ho ammirato quel modo di suonare e l’ho tradotto attraverso la mia personalità, e così abbiamo fatto tutti. Non abbiamo fatto altro che ascoltare insieme gli originali e poi insieme suonarli, registrando subito. Nella maggior parte dei casi era buona la prima, o la seconda e in pochi casi abbiamo fatto delle sovrapposizioni se non in qualche caso in cui servivano delle chitarre in più. Ma la base, la batteria, basso, chitarra, pianoforte, quella è stata registrata tutti insieme rispettando lo spirito del live che hanno dato i musicisti a suo tempo quando hanno suonato i pezzi originali.

Ognuno di questi brani risulta molto attuale, con una nuova interpretazione che li rende abbordabili anche a chi non conosce questo tipo di musica e probabilmente non avrebbe mai apprezzato pezzi come “Non è buio ancora”, che potrebbe entrare nel repertorio classico di De Gregori.

Combinazione io quel pezzo lo conoscevo, ma non essendo un grande conoscitore di Bob Dylan, non conoscevo brani come per esempio “Un angioletto come te” o “Servire qualcuno”. Dovendo tenerne conto l’ho imparato, ma cercando di distaccarmi dal lavoro che abbiamo fatto, sentito cantato da Francesco mi sembrano canzoni sue. I testi gli appartengono, quel modo, quelle parole, sembrano di De Gregori.

Bob Dylan ha sempre avuto una grande influenza sulla discografia di De Gregori ed è riuscito a portare in Italia un tipo di musica che non si sente spesso.

Si, non si sente spesso perché purtroppo in Italia c’è la tendenza ad auto-limitarsi.  Anche dal vivo noi siamo forse gli unici in Italia che suonano senza l’uso di sequenze, senza l’uso di elettronica o digitale. Noi suoniamo veramente e questo ci porta da una parte a suonare i pezzi sempre in modo diverso, perché il brano può essere un po’ più veloce a volte un po’ più lento, a volte le stesure cambiano perché Francesco salta una strofa oppure la aggiunge. Questo per alcuni è inconcepibile perché purtroppo stiamo vivendo un momento in Italia in cui gli artisti tendono a voler a tutti i costi a riprodurre esattamente quello che è stato registrato nel disco, utilizzando gli strumenti registrati su tracce di computer, uguali a quelli del disco, quindi uno che va a sentire un concerto si ritrova a sentire il disco.  Io trovo che questo diventi un lavoro di ripetizione e non più artistico e credo che non sia divertente neanche per chi ascolta. Quando ascolti un concerto vuoi sentire tutto, errori inclusi.

Affascinante, e rende tutto molto più artistico e umano.

Penso che il perfezionismo non sia richiesto. Chi viene ad un concerto chiede di ricevere emozioni, a volte vengono trasmesse anche da piccoli errori. Chiaro che se uno fa dei disastri… ma a noi non è mai successo, anzi, da errori sono nati nuovi arrangiamenti.

I vostri concerti sono davvero lunghi e complessi.

Si, e dobbiamo tenere conto di una cosa importante: Francesco è forse l’unico in Italia che non legge i testi. Questo non è poco, perché è vero che li ha scritti lui ma ricordarsi più di 2 ore di concerto di testi come i suoi non è facile. Succede a volte che improvvisa, con una maestria impagabile, alcune  improvvisazioni alla fine diventano parte integrante del testo e stiamo parlando di uno bravissimo in questo.
Verso la fine dei tour i pezzi vengono consolidati e rimangono quasi invariati ma è molto affascinante l’inizio dei tour, perché noi facciamo sempre poche prove, per non entrare in un circolo di routine e di modo meccanico di suonare. Per cui all’inizio i primi concerti sono belli perché sono carichi d’imprevisti. A volte c’è paura, timore, incertezza. Tutto questo rende i concerti molto emozionali. Alla fine quando vediamo che sta diventando una routine, inseriamo qualche pezzo nuovo, e questo ci aiuta a rendere tutto meno meccanico e più emozionale.

Gli inizi della carriera da musicista: pensi ancora che quelle 49 000 lire con cui tua madre ti ha comprato la prima chitarra siano state un buon investimento?

Sicuramente si. Più che altro sono contento che mia madre sia stata fiera e contenta di aver fatto quel sacrificio. Ma la mia carriera non è partita da lì e le difficoltà sono state tante più che altro dovute ad un certo successo avuto in giovane età, perché uno che si ritrova a 19 anni in studio con Lucio Battisti a suonare uno dei dischi più importanti della storia della musica leggera italiana, può anche non rendersi conto della fortuna che ha avuto.
Io pensavo di essere arrivato all’apice della mia carriera. Ciò ci cui non tenevo conto era il fatto che già non è facile arrivarci, ma rimanerci è molto più difficile. Cose che impari soltanto con facendo esperienze, alcune negative, ma alla fine si, è stato un buon investimento.

Cosa ricordi dell’esperienza in studio con Nilla Pizzi?

Ho un ricordo affettuoso del lavoro in studio con Nilla Pizzi. Ero piccolo e mi sono trovato in studio con un pianista e un batterista, signori anziani, con una partitura davanti e Nilla che ha cantato in diretta due album, uno di tanghi argentini e uno dei suoi successi. Per me, che ero un rockettaro con i capelli lunghi, è stato fantastico. E’ stata una palestra incredibile. Abbiamo registrato due album in due giorni con loro grande soddisfazione. Per me era una novità, perché ero riuscito ad entrare in un mondo che non m’apparteneva ed ho imparato molto per quanto concerne l’umiltà dei grandi musicisti, ed io lì ho conosciuto 3 grandissimi musicisti.

Come bassista fai un lavoro di arrangiamento favoloso, completando con delle linee di basso degli spazi che fanno risultare il suono finale molto armonioso. Un po’ come Paul MacCartney.

Il mio modo concepire il suono, di suonare e di ascoltare il basso arriva da lì e dalla personalità che nel corso degli anni mi sono costruito.  Ho sempre ammirato Paul MacCartney e tutti quei bassisti che riuscivano a creare la frase, il riff importante che costruiva una canzone nella canzone, che passa senza che i più se ne accorgono, ma che tolta fa cadere il pezzo. Ho sempre avuto questo modo di pensare il basso: i riff di basso devono essere riconoscibili, non mi è mai piaciuto solo “accompagnare”. La mia intenzione è stata sempre quella di mantenere una mia personalità e mi è stato di grande aiuto lavorare con grandi artisti e ascoltare tutto.
Nei miei seminari e corsi, il consiglio che do è proprio quello di ascoltare tutto: da Gigi D’Alessio alla musica classica, a John Coltrane, tutto – con curiosità.

Walking Bass… una ferita aperta

Sono convinto da sempre che sia una cosa tutto sommato semplice ma che non sono riuscito a capire. Tutte le volte dico che devo andare a lezione da qualcuno perché voglio capire, ma spesso per ragioni di tempo non riesco a farlo. Ho incontrato a Basilea Federico Malaman, un bassista che adoro, che ora suona con Mario Biondi. Mi sono fatto dare il suo numero di telefono, mi piacerebbe riuscire a trovare il tempo per imparare da lui e studiare un po’. Tra l’altro vorrei spezzare una lancia a favore dei bravi musicisti italiani. Siamo abituati ad osannare solo i musicisti stranieri dimenticando il fatto che in Italia abbiamo musicisti come Federico, di Vicenza, e che è veramente un fuori classe di livello mondiale.

L’ho conosciuto tramite i tutorial suoi che girano in rete, ha partecipato a parecchi festival internazionali. E’ un giocoliere del basso. La bravura consiste non solo in fare “il circo” come lo fa lui, ma poi quando serve suonare per davvero, e lo fa sempre con gusto, con intelligenza con delle capacità tecniche incredibili. Insomma, ho cercato di tagliargli le mani all’altezza dei polsi, ma purtroppo è anche grosso non ci sono riuscito.

Francesco De Gregori ha qualche lavoro nuovo in cantiere?

In realtà quest’ultimo lavoro ci ha richiesto un anno di tempo e prima di questo album avevamo appena finito di registrare Vivavoce. In questi ultimi 3 anni Francesco non ha avuto il tempo per pensare a cose nuove. Ma conoscendo il soggetto, e visto che sta già cominciando ad accennare: “Poi magari il prossimo anno bisogna che facciamo qualcosa di nuovo”, tradotto significa che qualcosa in mente già ce l’ha.  Qualche idea, qualche appunto, qualche abbozzo, forse già c’è. Poi il passo è breve, ma possiamo cominciare a pensarci forse da autunno 2016. Dobbiamo dare anche tempo di far conoscere questo album.

Questo lavoro lo sento molto mio. In un paio di brani abbiamo già aggiunto qualcosa in più, dal vivo ci saranno delle belle sorprese. Senza voler stupire, ma quando proviamo in studio, le cose vengono e noi lasciamo che succeda.

Grandi emozioni anche in Arena a Verona per i 40 anni di Rimmel, come ricordi quella serata?

Suonare all’Arena è stato molto bello. Era molto complesso, molto divertente, molto non provato: non abbiamo fatto una prova generale perché non ne abbiamo avuto il tempo.
La cornice dell’Arena è bellissima, l’acustica era molto buona. E’ stato molto bello vedere con quanta serietà, partecipazione e simpatia si sono presentati gli altri artisti che hanno partecipato: Caparezza sapeva già il testo di Buffalo Bill quando ha fatto le prove con noi a Roma, lo stesso Giuliano Sangiorgi, Elisa sono arrivati con delle idee, proposte, simpatia. E’ stata davvero una serata memorabile e riascoltando il concerto, come faccio di solito per verificare se ci sono migliorie da apportare: al di là della bravura di Francesco, ho sentito una grande band.

Sito www.guidoguglielmetti.com

 

Ivone Ferreira





COMMENTI

Lascia una risposta


Vedi tutto