Grandi mostre. Le avanguardie americane, dai Guggenheim a Roma

Grandi mostre. Le avanguardie americane, dai Guggenheim a Roma

Inaugura oggi, sarà allestita fino al 6 maggio al palazzo delle Esposizioni di Roma (palazzoesposizioni.it) Guggenheim Collection: The American Avant-Garde…


Inaugura oggi, sarà allestita fino al 6 maggio al palazzo delle Esposizioni di Roma (palazzoesposizioni.it) Guggenheim Collection: The American Avant-Garde 1945-1980, percorso tra circa 60 opere iconiche della collezione permanente della Solomon R. Guggenheim Foundation. (guggenheim.org)

 

Nel dopoguerra è accaduto qualcosa di campale nella storia dell’arte. Dopo secoli di dominanza europea l’asse del mondo s’è spostato ancor di più ad Occidente, non più Parigi, Vienna, Londra come capitali dell’arte, dopo la Guerra il cuore pulsante delle avanguardie non batte più nel vecchio e devastato Continente. All’Europa resta una gloriosa storia che non smetterà d’ispirare, ma le novità, quelle che imporranno all’intero pianeta altri linguaggi avranno il loro centro di gravità a New York.

Uno spostamento favorito da molti fattori, su tutti, la presenza in terra americana d’istituzioni culturali e collezionisti che, come dice Lauren Hinkson, assistant curator delle collezioni del Solomon R. Guggenheim Museum e curatore della mostra romana “non soltanto patrocinarono l’avanguardia artistica, ma educarono il pubblico a prassi estetiche rivoluzionarie”. Ruolo imprescindibile nella diffusione di queste pratiche lo ebbero certo Peggy Guggenheim e suo zio Solomon, questi fondatore nel 1937 della Solomon R. Guggenheim Foundation (per la “promozione, lo sviluppo e l’educazione in campo artistico e l’istruzione del pubblico”), e, nel ’39  artefice dell’apertura a New York del Museum of Non-Objective Painting per mettere la sua collezione a disposizione del pubblico e al contempo incoraggiare più diffusamente l’apprezzamento dell’arte negli Stati Uniti. Peggy, invece, dopo lunghi anni e straordinarie esperienze collezionate in Europa arriva a New York nel luglio del 1941 assieme alla sua raccolta, porta con sé anche tanti amici costretti dalla Guerra ad approdare in una più sicura destinazione. Peggy rispolvera qui la sua ambizione di istituire una sede permanente dedicata all’arte contemporanea, finendo per aprire, nel 1942, Art of This Century. Galleria, museo, laboratorio dedicata a “servire il futuro anziché documentare il passato”.

Si verifica un’alchimia irripetibile, grandi maestri delle avanguardie europee e giovani pittori americani che gravitano attorno alla cerchia di Peggy finiscono per l’influenzarsi reciprocamente, nomi come William Baziotes, Arshile Gorky, Robert Motherwell, Jackson Pollock e Mark Rothko hanno la possibilità di affermarsi grazie alle mostre della galleria agli occhi della critica. Scrive Hikson nel saggio di catalogo: << Lo Spring Salon for Young Artists del 1943 è ormai considerato uno spartiacque nella storia dell’arte americana. Una giuria di cui facevano parte Duchamp, Ernst, Piet Mondrian insieme ai curatori del Museum of Modern Art, James Thrall Soby e James Johnson Sweeney, selezionò le opere di trentatré pittori, all’epoca quasi completamente sconosciuti, per esporle al pubblico. Uno dei quadri più interessanti della mostra era Stenographic Figure [Figura stenografica] di Pollock (1942 circa).

Secondo Ernst, fu Mondrian il primo a capire il valore dell’insolito dipinto del giovane americano e a segnalarne l’importanza a Peggy Guggenheim. Quella caotica profusione di linee e di colori contrastanti non poteva essere più lontana dalle griglie rigorose dell’olandese, eppure, dopo averlo contemplato a lungo, si dice abbia espresso questo giudizio: “Ho la sensazione che questo potrebbe essere il quadro più straordinario che abbia visto da molto, moltissimo tempo, qui o in Europa”>>.

 

Da quel momento magico prende le mosse la mostra del Palaexpò per un percorso che attraverso le opere di più di 50 artisti (tra cui Jackson Pollock, Willem de Kooning, Mark Rothko, Arshile Gorky, Alexander Calder, Roy Lichtenstein, Robert Rauschenberg, Andy Warhol, Richard Serra, Kenneth Noland, Chuck Close) traccia un resoconto degli ultimi 60 anni dell’arte americana.

 

La rassegna ferma il suo primo step con l’ascesa dell’Espressionismo astratto. Metà degli anni ’40, l’attenzione internazionale diventa pressante sugli artisti della scuola di New York (William Baziotes, Arshile Gorky, Robert Motherwell, Jackson Pollock e Mark Rothko) interrogandosi sulle prospettive di un’arte dove domina il gesto spontaneo ed automatico, richiamo ad un mondo interiore che prepotente si riversa sulla tela vomitando colore. Poi arrivano gli anni ’50, l’astrattismo di riappropria della forma, della campitura, della linea grazie ad artisti come Frank Stella o Kenneth Noland. Il salto di un decennio e siamo in piena Pop Art.

Innovatori come Roy Lichtenstein e Andy Warhol rifiutano l’estetica spontanea della scuola di New York per creare opere ispirate alla logica impersonale della stampa commerciale e della produzione in serie, e leggibili come celebrazione sfrontata, e al tempo stesso come critica sferzante, della cultura popolare.

Minimalismo, Post-minimalismo e Arte concettuale, chiudono gli anni sessanta ed aprono la quinta e sesta sezione della mostra. Tra i primissimi collezionisti che si appassionano alle opere di questi artisti (Robert Mangold, Robert Ryman, Dan Flavin, Donald Judd) emerge la figura del conte Giuseppe Panza di Biumo che concentra nella residenza di famiglia a Varese una delle più importanti raccolte d’arte a livello mondiale di pittura e scultura minimalista, post-minimalista e concettuale. In mostra è presentata un’importante selezione delle 389 opere della collezione Panza entrate al Guggenheim nel 1991-1992.

Tra le molte eredità della Pop Art va annoverata la pittura fotorealista di cui il Guggenheim fin da subito promosse l’acquisizione e alla quale è dedicata l’ultima sezione della mostra. Gli artisti che fanno capo a questa corrente, tra cui Robert Bechtle, Tom Blackwell e Richard Estes, con la fotografia documentano le informazioni poi trasposte su tele di grandi dimensioni, riprodotte in pitture ad olio realizzate a mano con una precisione estrema. Nel perseguire un’idea di stretta verosimiglianza presentata con distacco emotivo e nel ricorrere a iconografie legate agli aspetti della vita quotidiana americana, il fotorealismo manifesta molti debiti con la Pop Art. Ma a differenza di quest’ultima non trasmette messaggi ironici o dissacranti, perseguendo, al contrario, un’obiettività paragonabile alla neutralità meccanica della ripresa fotografica.

 

E dopo tutto una domanda arriva dal cuore. Dove ci porteranno i prossimi anni? Quell’asse culturale che sembra seguire il percorso solare spostando di epoca in epoca il suo asse sempre più ad Ovest sta completando il giro, approdando (in realtà è già approdato) in Cina. Tenetevi pronti, altre avanguardie bussano alla porta.

 

Mark Rothko (1903-1970) Untitled, 1942 Oil on canvas - Solomon R. Guggenheim Museum, New York
Mark Rothko (1903-1970) Untitled, 1947 Oil on canvas - Solomon R. Guggenheim Museum, New York
Jackson Pollock (1912-1956) Untitled (Green Silver), ca. 1949 Enamel and aluminum paint on paper, mounted on canvas - Solomon R. Guggenheim Museum, New York
Roy Lichtenstein (1923-1997) Grrrrrrrrrrr!!, 1965 Oil and Magna on canvas - Solomon R. Guggenheim Museum, New York
Andy Warhol (1928-1987) Orange Disaster #5, 1963 Acrylic and silkscreen enamel on canvas - Solomon R. Guggenheim Museum, New York

 





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