Grandi mostre: aspettando il Veronese

Grandi mostre: aspettando il Veronese

Paolo Veronese l’illusione della realtà Verona, Palazzo della Gran Guardia
5 luglio – 5 ottobre 2014. Una mostra a cura di Paola Marini, Bernard Aikema


100 opere, fra dipinti e disegni, provenienti dai più prestigiosi musei italiani ed internazionali, per la più grande mostra sul Veronese, alias Paolo Caliari (1528-1588) dopo quella memorabile curata da Rodolfo Pallucchini a Venezia nel 1939. Tra percorsi nelle terre del Veronese, conferenze e momenti speciali, il grande evento espositivo (del quale approfondiremo percorsi e sezioni successivamente) parte dall’importante restauro della gigantesca tela degli Haeredes Pauli, Cena in casa di Levi (un olio su tela alto 5 metri e mezzo e lungo oltre dieci metri) di proprietà delle Gallerie dell’Accademia di Venezia e in deposito presso il Comune di Verona. Il restauro, partito oltre un anno fa, è apprezzabile da tutti i visitatori del Museo degli Affreschi nello spazio della chiesa di San Francesco al Corso. Una mostra che fa il paio con quella della National Art Gallery di Londra (LEGGI QUI), che chiuderà il prossimo 15 giugno, suggellando il 2014 come l’anno del Veronese. Un anno per scoprire come questo grande artista, inserito con cronologie un po’ approssimative nel triumvirato dei big dell’arte veneta del ‘500 con Tiziano e Tintoretto (il primo è però più vecchio di 30 anni, il secondo di 10), sia per il pubblico di oggi tutto da riscoprire.

 

Lo scrittore Henry James diede del Veronese una definizione illuminante: “Mai artista ha dipinto così grandemente la gioia della vita, vedendo tutto come una sorta di festa […]Era il più felice dei pittori e ha prodotto le immagini più felici del mondo“. Evidentemente la felicità che oggi non paga: se fosse stato un po’ più irrequieto, un po’ più maledetto, avrebbe con la contemporaneità fortune diverse. Eppure Veronese, che è stato un pittore della Controriforma, ha realizzato una moltitudine di dipinti religiosi , raccontando, in maniera leggibile a tutti, veri e propri drammi. La sua sontuosa scelta del colore, gli importanti scenari architettonici, le scene collocate su piani orizzontali, la ricchezza dei costumi dei personaggi di cui affolla la tela, ci parlano di una messa in scena teatrale, di un palcoscenico dove, proprio come a teatro, nel dramma s’incastona sempre un po’ di gioia.  Quando morì, a 60 anni, colto da un’infezione polmonare, il suo biografo, Ridolfi, scrisse che Dio l’aveva “chiamato a dipingere le stanze dei beati nel cielo“.

 

 





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