El Greco, quattro secoli di modernità

El Greco, quattro secoli di modernità

Col 2014 si celebra il 400 ° anniversario della morte di El Greco, l’occasione è propizia per valutare la sua impressionante eredità nell’arte moderna


Non ha lasciato alunni, non ha fondato scuole, El Greco (Candia, 1541 – Toledo, 7 aprile 1614), oggi considerato un gigante dell’arte, aveva uno stile troppo personale per convincere sino in fondo i contemporanei e le generazioni immediatamente successive, era “strano”, diceva il suo contemporaneo Francisco Pacheco, che pure lo stimava. Strano, per aver spezzato le catene della rappresentazione naturalistica a favore dell’emozione privata, e allora ecco figure allungate, colori squillanti, spazi schiacciati come solo tre secoli dopo a Parigi e Berlino sarebbero stati concepiti. Inevitabile che dopo la dimenticanza, a cavallo del XX secolo, altri grandi artisti lo avrebbero portato in trionfo: da Cézanne a Picasso agli espressionisti, salutato come un anticipatore del  modernismo, un loro antenato.

 

In questo 2014 una serie di eventi celebrativi e mostre si terranno in tutta la Spagna per i 400 anni della morte di El Greco, in particolare a Toledo dove l’artista trascorse gran parte della sua carriera (ne riparleremo, per approfondire www.elgreco2014.com ).

 

 

Domenikos Theotokopoulos nacque e Creta nel 1541, allora dominio della Serenissima repubblica di Venezia. Si formò nella tradizione bizantina della pittura di icone, ma a venticinque anni, pieno di ambizione e con la testa piena d’idee, decise di trasferirsi in Italia. Nella Penisola trascorre meno di un decennio, prima a Venezia, poi a Roma, qui avviene il cambio di marcia che dalla tradizione orientale lo spinge verso quella occidentale, conosce le opere di Michelangelo, Giorgione, Tiziano, e certo ne apprende la lezione.

Domenikos arriva quindi nella Spagna di Filippo II, dove, oltre a guadagnarsi il soprannome di El Greco, l’artista prova a cogliere le occasioni che il fiorente impero e la passione artistica del monarca mettono a disposizione. L’artista si conquista tuttavia la fama del genio solitario, autore di opere di accentuata devozione, rappresentazioni dense di umori e di mistica teatralità che perfettamente si adattano allo spirito della Controriforma che avvolgeva l’intera penisola iberica. Tuttavia quelle distorsioni anatomiche e spaziali utili ad accentuare la drammaticità dei soggetti, non trovarono consensi nell’ambiente conservatore della corte di Spagna. L’agognato sostegno reale non arrivò mai e l’artista si accontentò di rimanere nella pur culturalmente fertile città di Toledo per il resto dei suoi anni, realizzando importanti commissioni e tenendo, ci dicono i documenti, uno stile di vita piuttosto elevato.
La sua visione eccentrica della pittura è diventata nei secoli il suo marchio di fabbrica e non sono mancate al proposito le interpretazioni più bizzarre come attribuire quelle “deformazioni”, o per dirla in termini più eleganti la “ricchezza idiosincratica”, che negli anni lo condurranno a sfiorare l’astrattismo, ad una condizione di pazzia, all’uso di hashish o al difetto visivo dell’astigmatismo. In realtà, i meno “complottisti” tra gli studiosi di El Greco, sostengono che l’artista abbia semplicemente sintetizzato e trasceso le molte influenze ricevute: il misticismo e il manierismo, la cultura veneziana e quella bizantina.

Il risultato è El Greco, ovvero un artista che seppe finalizzare la propria unicità. E in un mondo minacciato dall’appiattimento globale, la sua lezione di essere internazionale ma unico al tempo stesso, è bene tenerla a mente. (a.d)

 

 





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