Cristo nostro Apollo, Cristo nostro Ercole: due figure di Gesù in Michelangelo

Cristo nostro Apollo, Cristo nostro Ercole: due figure di Gesù in Michelangelo

di Emilio Pepe


Indubbio è il fascino che la mitologia greca e romana ha esercitato, e continua a esercitare fino ai nostri giorni, sull’intera civiltà occidentale. In sostanza questo influsso non si è mai interrotto, pur subendo alti e bassi: a periodi e personaggi più indifferenti o perfino contrari a quel mondo di valori si sono alternati momenti di straordinaria vitalità, nei quali la mitologia è tornata a indicare dei significati e delle mete ideali.

Anche il cristianesimo ha guardato ai miti pagani e, se qualche volta li ha condannati come idoli illusori, non di meno li ha valorizzati come simboli capaci di esprimere, insieme a quelli tratti dalla Bibbia, la fede in Gesù Cristo. Basti pensare a due celebri versi della Divina Commedia: nel primo, Virgilio si presenta come uno scrittore vissuto «al tempo de li dèi falsi e bugiardi» (Inferno I,72); nel secondo, è Dante stesso che invoca Gesù chiamandolo «o sommo Giove / che fosti in terra per noi crucifisso» (Purgatorio VI, 118-119). Dunque, tanto bugiardi quegli dèi non erano, se sono in grado di indicare il Signore crocifisso.

Anche l’arte figurativa ha seguito questo stile e, non di rado, ha reinterpretato gli avvenimenti e le verità proposte dal cristianesimo alla luce della mitologia classica. Ciò si è reso particolarmente evidente nel periodo rinascimentale, che fa registrare una grande attenzione da parte degli artisti verso l’arte greco-romana: se ne riprende non solo lo stile, ma, non di rado, anche i contenuti.

Il rinascimento, come è noto, culmina nella figura di Michelangelo Buonarroti che riempie del suo genio il Cinquecento e avrà un influsso enorme sull’arte successiva. Ebbene, è proprio Michelangelo che, estremamente sensibile al simbolismo mitologico, traccia le linee di un fecondo dialogo tra il cristianesimo e gli dèi dell’antichità.

Tra le sue opere, due in modo particolare segnalano questo suo atteggiamento: il Cristo redentore della Minerva e il Cristo giudice della Cappella Sistina.

Agli anni 1520-1521 potrebbe risalire il Cristo redentore (fig. 1), scolpito per la chiesa romana di Santa Maria sopra Minerva e tuttora in situ. Di questa statua esiste anche una prima edizione, che, a causa di una venatura del marmo apparsa sul volto di Gesù, fu scartata: attualmente si conserva nella sagrestia della chiesa di San Vincenzo a Bassano Romano (VT). Michelangelo, in tal modo, mise mano ad una seconda scultura, quella definitiva. Gesù, elemento rarissimo per un Cristo adulto, è raffigurato completamente nudo (il perizoma di bronzo vi fu applicato successivamente), nell’atto di sostenere e indicare la croce con gli strumenti della sua passione, mentre lascia cadere su un tronco il lenzuolo (la famosa sindone) che lo aveva accolto nella tomba.

Michelangelo 1
Michelangelo fig 1

Tre particolari risaltano nella composizione, e tutti e tre rimandano ad un mondo antico, mitologico. Il primo è la nudità: Gesù ha una muscolatura robusta e armoniosa, quasi da … eroe greco! Ecco: la nudità è simbolo di povertà e debolezza (come Adamo ed Eva che si scoprirono nudi dopo il peccato), ma può essere anche simbolo di eroicità, di coraggio, di novità di vita. E tale è il Cristo nella sua risurrezione. Il secondo particolare è la memoria degli strumenti della passione dolorosa: la fatica che egli ha dovuto affrontare per realizzare la salvezza del mondo ed entrare nella sua gloria. Infine, la sindone appoggiata sul ceppo. Ebbene, sono tutti elementi iconografici (tali, cioè, da identificare un personaggio) che incontriamo nelle immagini di Ercole: egli è l’eroe puro, che affronta le fatiche, sconfigge persino la morte e si ricopre con la pelle del leone come un lenzuolo che lo avvolge.

 

michelangelo
Michelangelo fig.2

 

Questa memoria della mitologia si ritrova, alcuni anni dopo, nella Cappella Sistina. Michelangelo nel 1536 vi viene chiamato a dipingere la parete dietro l’altare con la scena del Giudizio. Il Cristo giudice (fig 2) appare nella luce del sole sulle nubi del cielo e, con il semplice movimento del suo braccio, mette in moto l’universo. È evidente come la sua corporatura sia estremamente salda e vigorosa: in una parola, “erculea”. Il suo volto, invece, è luminoso e giovanile, senza barba, come quello che la mitologia attribuiva ad Apollo, il dio del sole. Per realizzare questa figura così complessa, il pittore ha guardato all’arte classica. E potremmo perfino indicare una scultura che probabilmente lo ha ispirato: l’Apollo del Belvedere oggi ai Musei Vaticani (fig. 3).

Michelangelo 3
Michelangelo fig 3

In tal modo il grande artista rilegge tutta la vicenda di Cristo come il trionfo del bene sul male, della luce sulle tenebre, della bellezza sulla barbarie: in questo consiste la salvezza recata nel mondo da Cristo nostro Apollo, Cristo nostro Ercole.

 

 

 





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