Cleopatra e Augusto, il vincitore e la vinta tornano a sfidarsi

Cleopatra e Augusto, il vincitore e la vinta tornano a sfidarsi

Si odiarono come più non si poteva, lei, Cleopatra VII Thea Philopatore, ultima regina d’Egitto, lui Gaio Giulio Cesare Ottaviano…


Si odiarono come più non si poteva, lei, Cleopatra VII Thea Philopatore, ultima regina d’Egitto, lui Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, primo imperatore di Roma; lei la sconfitta, incarnazione di un’epoca morente; lui, l’iniziatore di una nuova era. Un antagonismo, il loro, consegnato dalla storia all’eternità e oggi, duemila anni dopo, rispolverato per caso dalle due bellissime mostre in corso a Roma.

Lei, Cleopatra che rivive al Chiostro del Bramante (qui per gli approfondimenti), lui, Augusto, celebrato in contemporanea alle Scuderie del Quirinale (qui per gli approfondimenti). Lui che schiacciò la sua flotta ad Azio, nel 31 aC , trasformando il il regno di lei in una provincia, lei che preferì uccidersi piuttosto che vivere come subalterna. Entrambi nascosti dalla mitologia costruita da loro stessi, ed entrambi  sapienti nel manipolare la storia: grazie all’intelligente sponsorizzazione della produzione letteraria e artistica, quella che, in ogni tempo, ha concesso ai sovrani più capaci di diventare leggenda e danneggiare i nemici più acerrimi.

Fu Blaise Pascal a dire che se il naso di Cleopatra fosse stato diverso, la storia avrebbe preso un corso differente. Se Giulio Cesare e Marco Antonio non fossero caduti affascinati tra le braccia della regina d’Egitto, forse la frattura interna a Roma non avrebbe raggiunto la battaglia finale, quella che decretò la morte della Repubblica e l’inizio dell’Impero. E Ottavio Augusto non sarebbe stato l’uomo che ha domato la turbolenza raccogliendo tutto il potere per sé.

E così Cleopatra ( 69 aC – 30 aC), la sconfitta, passa ai posteri come una donna frivola, avida e capricciosa. E Dante, Shakespeare e Hollywood, finiscono per crederci, tramandando la figura di una smidollata mollemente abbandonata su un triclino. Oggi gli storici hanno tracciato di Celopatra VII un profilo molto diverso (che la mostra contribuisce a delineare). Carismatica, intelligente, colta, cresciuta in quella Alessandria che era allora una metropoli cosmopolita e attiva, Cleopatra aveva la biblioteca più imponente dell’antichità sotto casa; parlava nove lingue e aveva studiato retorica e strategia politica. Quando il padre morì le lasciò in eredità un regno florido e ricco di materie prime, tale da ingolosire il resto del mondo. D’altronde chi poteva credere, 2000 anni fa, che una diciottenne avrebbe potuto governare da sola? Chi potrebbe crederlo ancora oggi?
E alle scuderie del Quirinale, eccolo l’uomo che distrusse il sogno d’indipendenza di Cleopatra. Figlio adottivo di Giulio Cesare, Augusto ( 63 aC -14 dC), mette fine a decenni di lotte intestine e inaugura una nuova epoca imperiale. Grazie ad una efficace macchina di propaganda il suo principato viene consegnato alla storia come un momento di pace, prosperità e abbondanza. E’ l’epoca d’oro cantata da Virgilio, Orazio e da coloro che riempivano il “club” del suo amico Mecenate. E allora, dando vita a un sistema mai superato, l’arte diventa espressione di potenza: dalle statue equestri ai vasi di argilla, passando dai busti alle monete, la glorificazione del Principe coinvolge tutti gli angoli dell’Impero.

Alla fine Cleopatra e Augusto hanno avuto un destino simile: quello del mito. Lui un semidio, lei poco più di una prostituta. Due storie tutte da riscrivere per conti tutti ancora da regolare.

 





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