Biennale, nel palazzo del tutto

Biennale, nel palazzo del tutto

Qualche impressione sul Palazzo Enciclopedico


Hanno detto che è una Biennale che guarda indietro (e qualcuno dice che proprio per questo è bella) che poco considera la pittura, che a tratti è politica in maniera declamatoria e soprattutto che è una Biennale capace di emozionare … Ora che i critici hanno sentenziato, ora che i riflettori internazionali si sono abbassati e che le file di visitatori sono rientrate, ora, a una settimana dall’apertura della 55ma Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia (e per una volta ci permettiamo anche il nome completo) la calma (relativa) scende sulla laguna. Riprendiamo il giro dalla mostra centrale…

 

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Eclettico ed erudito, storico (troppo?), spettacolare con qualche nota bizzarra, il Palazzo del tutto di Massimiliano Gioni, alias il Palazzo Enciclopedico (vedi), è un dramma in due atti in scena tra l’Arsenale e i Giardini. Unisce artisti di oggi come la leonessa d’argento Camille Henrot, premiata come miglior giovane artista per quel video che sintetizza la storia della creazione, e i giovani in ascesa come Ed Atkins, Helen Marten, Paloma Polo, James Richards, Shinichi Sawada e poi gli artisti di ieri, come le leonesse d’oro (alla carriera) Maria Lassnig, 93 anni, e Marisa Merz, 87. L’arte e gli artisti dell’inconscio hanno posizioni di privilegio e i cosiddetti outsider, ovvero artisti semplicemente autodidatti, ma spesso stigmatizzati da una qualche forma di disabilità fisica, sociale o psichiatrica. Artisti innocenti e liberi, come il brasiliano Arthur Bispo do Rosario, che ha trascorso la sua vita in un manicomio di Rio, o la pittrice svedese Hilma af Klint, che sosteneva di ricevere le sue immagini da esseri ultraterreni. Non è un caso che ad introdurre la mostra sia il Libro rosso di Carl Gustav Jung, presentato in Italia per la prima volta. Raccolta di sedici anni di appunti, di visioni, apocalissi, miti e simboli, una sorta di catalogo della percezione. Catalogare il tutto, il sogno del dilettante Marino Auriti e del suo Palazzo Enciclopedico mai nato e che Massimiliano Gioni ha collocato davanti all’Arsenale come chiave per ciò che arriva nella mostra. A dirci che l’arte che è utopia e distopia, tentativo di comprensione su larga scala e ripetizione di piccole parti, piccoli dati, piccoli gesti.  E piccole sculture, come l’insieme di 130 sculture in argilla realizzate dagli svizzeri Peter Fischli e David Weiss lungo tre decenni.
Una combinazione che solo nel modello antico (e certo poco originale, ma che male c’è? ) della “wunderkammer”, alias del gabinetto di curiosità, poteva trovare la forma più plausibile, dove l’utopia è la stessa catalogazione del tutto, la pretesa poetica di rintracciare nella capacità spontanea di non artisti a le immagini che sintetizzino la realtà, che ci aiutino, in fondo il motivo è sempre questo, a capire il mondo.

E allora bando alla etichette, se c’è spazio per gli outsider, per le sculture di spago sculture di James Castle è giusto che questi siano affiancati ai nomi di spicco: Bruce Nauman, Charles Ray, Rosemarie Trockel, Jack Whitten. E poi c’è lei, nostra signora Cindy Sherman, ultima grande stella dell’arte, cui Gioni ha affidato una mostra nella mostra e lei ha messo insieme all’Arsenale, Robert Gober e Paul McCarthy, Jimmie Durham e la fantastica raccolta di dagherrotipi di Linda Fregni Nagler.

Sempre all’Arsenale, spiccano le enormi concrezioni di Roberto Cuoghi (per lui una delle quattro “menzioni speciali”) che sembrano arrivare da un altro pianeta, mentre non c’è nulla di più terreno delle 27 immagini del californiano Christopher Williams, che ricompone la vita dell’universo partendo da un erbario. E la morte scritta sui volti delle novanta sculture del polacco Pawel Althamer, seguite dal video infernale di Ryan Trecartin, e dal cielo di Walter De Maria. La mostra nella parte dell’Arsenale chiude così, sulla grande messa in scena cala il sipario.

E naturalmente non è tutto qui (150 gli artisti coinvolti), sulla via di casa, se le scarpe sono abbastanza comode, altre immagini, altre visioni, altri pensieri, vanno a ricomporre per ciascuno un Palazzo Enciclopedico diverso. La magia dell’arte è questa. Nota finale, abbiamo colto nell’aria una delle critiche più intelligenti all’operato di Gioni, tanto intelligente che suona quasi come un complimento “troppo pro, troppo saggio, troppa storia, troppo poco ribelle, non abbastanza personale, non del tutto contemporaneo“.  (a.d)





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