Biennale di Venezia. Il vice-versa e il ministro

Biennale di Venezia. Il vice-versa e il ministro

Un’apertura finita nelle cronache politiche quella del Padiglione Italia grazie alle parole del ministro della cultura Massimo Bray che con il curatore Bartolomeo Pietromarchi e il presidente della Biennale, Paolo Baratta, ha presenziato all’inaugurazione


Da tempo non si sentiva un ministro adoperare parole tanto chiare: ”Il budget per l’arte contemporanea è una vergogna, c’e’ qualcosa che non funziona nel modo in cui lo Stato guarda alla cultura”. Questione di risorse, certo, ma non solo. Per Bray negli ultimi anni s’è rotto un patto tra Stato e cittadini e va ricostruito soprattutto attraverso l’ascolto. E il ministro prova a dare l’esempio, non solo recandosi dopo l’inaugurazione alla mensa della Caritas appena fuori l’Arsenale, ma comportandosi da visitatore e non da ospite d’onore: s’è messo in fila per farsi attaccare al bavero della giacca la spilla della mostra e ricevere la cartellina stampa e il catalogo, ha tirato fuori dalla tasca la macchinetta digitale per qualche foto, ha scambiato in continuazione saluti e chiacchiere con i visitatori. Insomma, il contrario di quanto l’immagine del politico rimandava in altri tempi. Il contrario, in tema perfetto con la mostra curata da Pietromarchi, per la quale Bray ha avuto parole d’elogio.

Suono – silenzio, storia – corpo, veduta – luogo, prospettiva – superficie, familiare – estraneo, sistema – frammento, tragedia – commedia: sette antinomie per raccontare l’Italia. Le sette sale del Padiglione Italia, le sale del Vice Versa per un Paese che non sa, non può, non vuole ricomporre la propria complessità. Chi ha detto frammentazione sia accezione  necessariamente negativa? Chi nel “Vice versa” pensato da Bartolomeo Pietromarchi non riesce a cogliere la forma basica della diversità, dunque d’ogni ricchezza. Sette sale per  quattrodici artisti in un confronto che  attraversa le generazioni e i generi, i linguaggi e le visioni. Senza contrapposizione, ma cercando le corrispondenze, come una sorta di mappa tematica riconducibile alla storia e alla cultura nazionali.

 

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E allora ecco il “rifondatore” del paesaggio Luigi Ghirri assieme al neo concettuale  Luca Vitone (classe 1964) ad approfondire “il significato di luogo, sospeso tra visione e memoria”. La Storia, in un rapporto declinato tra dimensione personale e collettiva nelle opere di Fabio Mauri, alla sua sesta partecipazione ad una Biennale, e Francesco Arena (1978) “che affrontano, attraverso il filtro del corpo e della dimensione performativa, i buchi irrisolti della storia”. Guardando alla linea di confine tra tragedia e commedia ecco la sala coi lavori del napoletano trapiantato a Los Angeles Piero Golia (1974) e del kosovaro un po’ italiano Sislej Xhafa (1970) “sempre in bilico tra vita vissuta e vita immaginata”; dimensione presente anche nelle performance di Marcello Maloberti (1966) e nelle opere del bolognese Flavio Favelli (1967) “che rendono sensibili gli sconfinamenti tra autobiografia e immaginario collettivo attraverso riferimenti alla cultura e alle tradizioni popolari”. Poi la ricerca sulla dimensione dell’arte, sulla sua extra-temporalità che caratterizza nei decenni Giulio Paolini, che dialoga in mostra con Marco Tirelli (1956) sul tema dell’arte come illusione, come sguardo prospettico. La contrapposizione tra suono e silenzio, tra libertà di parola e censura, nella ricerca di Massimo Bartolini (1962) e della performer Francesca Grilli (1978), per terminare con le opere di Gianfranco Baruchello, il più anziano della mostra, classe 1924, allievo di Marcel Duchamp, e della videoartista Elisabetta Benassi (1966) in una “tensione tra frammento e sistema in cui l’umana ambizione ad archiviare e a classificare si scontra con l’impossibilità e il fallimento”.

 

(a.d)

 





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