Biennale di Venezia. I padiglioni “scambiati” di Francia e Germania

Biennale di Venezia. I padiglioni “scambiati” di Francia e Germania

Uno scambio di Padiglione per onorare il 50mo anniversario del trattato dell’Eliseo che mise fine a mille anni di guerra tra Germania e Francia, e la Biennale diventa anche terreno di pace, oltre che di “fiducia ed ottimismo” per dirla con il presidente Paolo Baratta


A caratterizzare i Padiglioni di Francia e Germania è dunque il segno della diversità culturale e degli scambi internazionali, portatori di un messaggio di dialogo con l’altro, d’apertura al mondo e di libertà nella creazione artistica.

 

IL RAVEL SVELATO

 

La Francia ha scelto così di farsi rappresentare dall’artista franco-albanese Anri Sala che attualmente vive e lavora a Berlino. Il progetto di Anri Sala, s’intitola Ravel Ravel Unravel (2013). Un titolo polisemico costruito sul verbo “Ravel”, che in inglese significa “complicato, aggrovigliato“, il contrario di “Unravel”, che significa “svelare“. L’altro Ravel è invece il chiaro riferimento al celebre compositore francese Maurice Ravel, autore nel 1930 del Concerto in re per la mano sinistra, che costituisce il cuore del progetto di Anri Sala.
Nello spazio centrale del padiglione, curato da Christine Macel conservatrice del Centre Pompidou, un primo lavoro è costituito da due film ciascuno dei quali è incentrato sulla mano sinistra di un pianista famoso (Louis Lortie e Jean-Efflam Bavouzet ). I due sono stati selezionati da Anri Sala per interpretare il Concerto, registrato per l’occasione con l’Orchestre National de France diretta da Didier Benetti.
I film sono proiettati simultaneamente in una camera anecoica, e generano, attraverso un lavoro di suono spaziale prodotto dal sound designer Olivier Goinard, la percezione di una “corsa” musicale a causa dei ritmi mutevoli preparati in anticipo da Sala e dal compositore e direttore d’orchestra Ari Benjamin Meyers. L’artista spiega: “La mia intenzione è quella di far risuonare uno spazio consecutivo nella differenza di tempo tra le due performance in un ambiente progettato per annientare la sensazione di spazio (Echo Cancellation), e creare uno spazio paradossalmante ‘altro’ “.
Nei locali adiacenti, altri due film sono presentati sotto il titolo unico di Unravel. Il dj Chloe, unisce le due interpretazioni del Concerto, nel tentativo di convincerli a unirsi.

 

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GLI SGABELLI DI AI WEIWEI

 

La scelta dei tedeschi è coraggiosa, solo un artista tedesco a metà in mostra. Un segnale di rottura definitivo con una storia patria che 70 anni fa solo lanciava messaggi del tutto opposti. Malgrado l’aver chiamato a raccolta il nome più risonante dell’arte contemporanea, Ai Weiwei non sarà facile, tuttavia, replicare il successo della passata edizione, quando al Padiglione della Germania è stato assegnato il Leone d’oro  grazie alla straordinaria quanto commovente opera di Christoph Schlingensief, scomparso a poche settimane dal via della rassegna.

Con Weiwei la fotografa indiana Dayanita Singh, l’artista sudafricano Santu Mafokeng e il regista franco-tedesco Romuald Karmakar. Curatore è Susanne Gensheimer, direttrice del Museo d’arte moderna di Francoforte. Ciò che questi quattro artisti hanno in comune è che nelle loro opere – che variano notevolmente in termini di forma e di messa a fuoco – sfidano la nozione di biografia, d’identità nazionale o di specificità culturale in rapporto, anche, alla modernizzazione e alla globalizzazione delle rispettive realtà. E se Romuald Karmakar produce opere che affondano le radici nella storia tedesca, dimostrando che l’ideologizzazione non figura più all’interno dei confini nazionali, ma è diventata pan-europeo e globale; l’indiana Dayanita Singh modella sua iconografia sulle tradizioni,  sul modo in cui le consuetudini sociali e familiari indiane si scontrano con le contingenze della vita moderna. Anche la serie fotografica di Santu Mofokeng creata appositamente per Venezia, rivela come gli sviluppi transnazionali, le tradizioni culturali, e i destini personali possono scontrarsi. E un’ombra arriva dal passato, l’apartheid, che ci dice l’artista ha influenzato l’identità spirituale dei sudafricani neri e come trauma e memoria sono è ora iscritta nel paesaggio stesso

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Per Weiwei una selva di vecchi sgabelli (886 in tutto) per un racconto che va assolutamente spiegato. Nella Cina di oggi, lo sgabello a tre gambe è un pezzo d’antiquariato. Prodotto con un metodo uniforme, è stato in uso in tutta la Cina e in tutti i settori della società per secoli. Ogni famiglia ha avuto almeno un sgabello, che serviva per tutti i tipi di uso domestico ed è stato tramandata di generazione in generazione. Dopo la Rivoluzione Culturale, 1966, e la conseguente modernizzazione del paese, tuttavia, la produzione di questi sgabelli è crollata. Alluminio e plastica hanno sostituito il legno come materiale standard per i mobili. Fuori di questi  886 oggetti stereotipati e ancora altamente individuali, Ai Weiwei, reclutando artigiani tradizionali che possiedono le competenze necessarie e ormai rara, ha creato una struttura rizomatica espansiva la cui crescita tentacolare ricorda gli organismi in dilagante proliferazione delle megalopoli di questo mondo. Il singolo sgabello come parte di una struttura scultorea onnicomprensiva può essere letto come una metafora dell’individuo e la sua relazione con il sistema globale ed eccessivo di un mondo post-moderno che cresce alla velocità della luce.

 

(a.d)





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