Banksy fa arrabbiare i newyorchesi, ma la città è sua

Banksy fa arrabbiare i newyorchesi, ma la città è sua

In un articolo pubblicato sul suo sito web Banksy definisce “assalto visivo” il grattacielo che sostituirà le Torri gemelle, distrutte a New York l’11 settembre 2001


Probabilmente Banksy ama New York più di quanto i newyorchesi desiderino, sta di fatto che lo show virale (leggasi di portata globale) che lo street artist britannico ha tenuto in questo mese di ottobre nella Grande Mela, tra polemiche e can can mediatici è destinato a fare storia. E l’ultima parola potrebbe non ancora essere stata scritta, visto che per la notte di Halloween nell’aria aleggia più di qualche aspettativa. 

Ma arriviamo all’ultima “provocazione” del mese (delle altre vi rendiamo edotti qui)
Il New York Times ha rifiutato di pubblicare un suo editoriale e Banksy lo ha pubblicato sul suo sito. Sin qui tutto normale, anche se il NYT smentisce, ma l’argomento era spinoso, e di più: il World Trade Center, un nervo che rimarrà scoperto per sempre nella storia della città e degli States, ma l’artista era determinato a dare il proprio parere su quello che sarà, tanto più che considera i grattacieli di Ground Zero [ l’apertura dei quali è fissata al 2014] come la “maggiore aggressione visiva” alla Grande Mela.

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La folla (con cane) davanti all’opera di Banksy che commemora le Torri Gemelle

Questo edificio è un disastro. – scrive – No, i disastri sono interessanti . Il One World Trade Center è un non- evento. È vaniglia. Sembra qualcosa di costruito in Canada (e l’architettura canadese non è nota per la sua estetica ndr). L’11 settembre è stato un attacco contro tutti noi e viviamo ancora nella sua ombra. Ma segna anche il nostro modo di reagire alle avversità. E la risposta? 104 piani di compromesso“.

La multinazionale degli hamburger non sarà contenta di come Bansky ha trasformato il suo clown-immagine
La multinazionale degli hamburger non sarà contenta di come Bansky ha trasformato il suo clown-immagine

Banksy accusa la mancanza di ritmo e d’ambizione del grattacielo (costato 4 miliardi di dollari ndr) e di non essere all’altezza della città. “Come fa a tenere senza spina dorsale? Sembra che non abbia mai voluto esistere [ … ] Questa è la prima volta che vedo un grattacielo timido. Si potrebbe vedere il World Trade Center come un tradimento a tutti coloro che hanno perso la vita l’11 settembre , perché proclama chiaramente che i terroristi hanno vinto . Questi uomini ci condannano a vivere in un mondo più mediocre di quello che hanno attaccato, invece di essere il catalizzatore di un mondo nuovo e più abbagliante “, scrive , aggiungendo che New York è la città dell’osare e dello “spirito”. Due qualità gravemente carenti nella nuova struttura  e chiosa: “The One World Trade segna la fine dei giorni di gloria di New York“.

 

Un testo bocciato dal NYT perchè troppo duro secondo il writer, ma il prestigioso quotidiano smentisce affermando che i motivi della bocciatura erano altri e che l’articolo poi riportato dall’artista era molto diverso da quello inviato al giornale. In segno di protesta, Banksy ha realizzato un’opera in cui si legge: “This site contains blocked messages” (“Questo sito contiene messaggi bloccati”) (foto di testa).

 

Fin dall’inizio della sua “residenza” a New York, Banksy ha affrontato a viso aperto la conservatrice mentalità americana aprendo anche una faida col sindaco Michael Bloomberg (leggi qui) secondo il quale i graffiti rovinano la proprietà privata e rappresentano il decadimento e la perdita di controllo.

La realtà è che Banksy, “semplicemente si è preso New York per un mese”, come dice Luca Beatrice, perchè “nonostante la globalizzazione abbia rivoluzionato la geografia dell’arte, Manhattan resta il palcoscenico dove un artista riceve la consacrazione. Banksy non sceglie i musei, le gallerie e neppure quelle forme di intrattenimento colto che si chiamano workshop, residenze o open studio, tanto graditi al pubblico selezionato ma ben poco incisivi nella realtà. Semplicemente si è preso New York per un mese disseminando la sua particolarissima Street Art – che ha poche parentele con le forme storicizzate degli anni ’80, Basquiat e Haring in testa – per le strade, sotto i ponti, al centro e in periferia”.

E alla fine l’ostilità di certi ambienti newyorchesi gli ha reso persino più facile il compito. Volete ridurre Banksy all’impotenza? Srotolategli un tappeto rosso.

(a.d)

 

 





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