Atene, le cariatidi dell’Acropoli tornate ad antichi splendori

Atene, le cariatidi dell’Eretteo sono tornate a nuovi splendori grazie al laser. Improvvisamente ringiovanite le 5 sorelle si mostrano ancora smaglianti in occasione del quinto anniversario del museo dell’Acropoli


Ne hanno viste di tutti i colori nei loro 2500 di vita, da lassù, in cima all’Acropoli, le sei cariatidi concepite per sostenere il tempio sacro dell’Eretteo, fuochi di guerra inclusi, e le pallottole a sfregiarne le vesti e le bombe, a violare il loro corpo di marmo. Quella carne di pietra che per la prima volta nella storia dell’arte, si lasciava perfettamente immaginare sotto i panneggi concepiti da Alkamenes, allievo del più grande artista dell’antica Grecia, Fidia. Sotto l’impero ottomano, il sacro tempio dedicato ai re di Atene fu persino convertito in un harem, un oltraggio al quale le Cariatidi sono sopravvissute. Poco dopo, nel 1687, vennero intaccate da proiettili e detriti, quando il Partenone fu bombardato durante una battaglia tra Turchi e Veneziani. E quando una di loro fu rapita, nel 19°secolo, leggenda ha voluto che le altre cinque fossero state sentite piangere nella notte. Un poetico modo per sottolineare lo sfregio intollerabile alla cultura greca perpetrato dagli inglesi quasi due secoli fa e da quel Lord Elgin, ambasciatore britannico presso l’Impero Ottomano, che non trovò disdicevole far segare il portico rubare la fanciulla di pietra, e caricare intere stive coi fregi del Partenone per decorare la sua villa in Scozia, prima di vendere tutto per pagare i debiti. E i marmi finirono al British Museum, anche la sesta cariatide, è chiaro, da dove chissà se e chissà quando, chissà se mai tornerà. Una diatriba sempre aperta, che ha visto il mondo internazionale della cultura schierarsi il più delle volte con le ragioni dei greci, anche George Clooney, in tempi recenti, in occasione dell’uscita del film Monuments men aveva detto la sua, scatenando le ire del sindaco di Londra.

Ma torniamo alle cinque divine rimaste ad Atene e al lavoro che per tre anni e mezzo ha visto impegnati i restauratori del Museo dell’Acropoli in un’attenta opera di pulizia. Sia chiaro, quello che i turisti vedono sul tempio accanto al Partenone sono solo le copie, lì collocate nel 1979 per evidenti motivi di tutela. Le originali sono le star del museo, conservate in teche ben protette, portavano sulla “pelle” 2500 anni di sporcizia, quella che i restauratori hanno rimosso utilizzando una tecnologia laser appositamente sviluppata. Fasci di radiazione infrarossa e ultravioletta hanno rimosso da ogni statua le incrostazioni millimetro dopo millimetro rivelando infine la patina color albicocca del marmo originale. E via via che il lavoro procedeva, si scrostavano la storia degli ultimi 2500 anni, partendo dai gas di scarico, dai fumi di fabbrica e delle piogge acide dell’Atene metropoli moderna, sino a giungere alle tracce dell’incendio appiccato nel Primo secolo aC dal generale romano Silla.

Ci sono voluti sei-otto mesi per trasformare ciascuna cariatide, restituendole a splendori cui la memoria umana non giunge. Secondo una leggenda, le statuarie fanciulle statuarie non erano destinate ad essere glorificate, ma condannate per l’eternità a reggere il tempio per espiare un antico tradimento commesso da loro città natale, Caryae,  che si schierò coi persiani durante le guerre greco-persiane. Altri storici sostengono che rappresentano le giovani donne ateniesi che danzavano per la dea Artemide. Bellezze senza nome che ancora oggi vengono indicate semplicemente con le lettere A, B, C, D, E e F.

 

 

 





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