Archeologia, Ercolano mai così bella. I dieci anni dell’Herculaneum Conservation Project

Archeologia, Ercolano mai così bella. I dieci anni dell’Herculaneum Conservation Project

Con l’apertura al pubblico del Decumano Massimo di Ercolano, nei giorni scorsi sono stati celebrati i dieci anni di attività…


Con l’apertura al pubblico del Decumano Massimo di Ercolano, nei giorni scorsi sono stati celebrati i dieci anni di attività dell’Herculaneum Conservation Project, una collaborazione fra il Packard Humanities Institute, la soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei e la British School at Rome per la salvaguardia dell’antica città vesuviana. Si tratta di una cooperazione pubblico-privata senza precedenti che, grazie all’impegno nel lungo periodo, è riuscita ad arrestare e a ridurre drasticamente il grave degrado in cui versava il sito archeologico alla fine del ventesimo secolo. Un caso esemplare di buone pratiche.

Al momento dell’eruzione del Vesuvio, nell’agosto del 79 dopo Cristo, Ercolano era una ridente località residenziale, abitazioni lussuose, ville, terme, edifici pubblici di gran prestigio. E se la storia e le contingenze l’hanno resa meno celebre della vicina Pompei, per alcuni versi può considerarsi anche più interessante. Ad esempio è a Ercolano che gli archeologi sognano di recuperare la bliblioteca perduta di Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Giulio Cesare, uomo colissimo che nell’amena località si fece costruire una villa con tutti i comfort e tanto di vista mare. E’ la famosa Villa dei Papiri, quella che l’arcimilionario Paul Getty fece riprodurre a Malibu (sede del museo Getty) ricavandone lo schema da una meticolosa planimetria del ‘700. E’ la villa che ha restituito 1800 rotoli carbonizzati, ma altri potrebbe renderne. Almeno, è questo il sogno degli archeologi, trovare in quei rotoli carbonizzati i perduti dialoghi di Aristotele, le tragedie di Sofocle, che ne ha scritte 120 ma ne sono arrivate solo7; e quelle di Euripide e di Eschilo e perché no, anche qualche opera di Orazio. Nelle case colte di Roma quei testi non mancavano mai, ed è impensabile che il console Pisone non ne avesse in biblioteca. Ma questa è una storia troppo complessa per essere liquidata in poche righe; così com’è difficile sintetizzare la lunga vicenda di questi scavi archeologici. Partiti nel ‘700 col re Carlo di Borbone, ripresi e interrotti più volte, ma sempre coronati da qualche successo: mosaici, bronzi, un’infinità d’ogggetti d’uso comune finiti nei musei ma anche sceletri umani, animali e persino cibo. Perché se Pompei fu invasa da una pioggia di lapilli infuocati, Ercolano venne invece sommersa da cenere e fango bollente, che consolidandosi, le hanno costruito attorno un sarcofago di pietra. Croce e delizia degli archeologi di ogni tempo, certi che quella spessa e coriacea coltre, così faticosa da smembrare, possa aver conservato tesori da sogno. Come nella Basilica, ad esempio, un grande edificio rettangolare anch’esso per lo più ancora sepolto dal fango solidificato. E fermiamoci a questa, perché ò lo scavo della Basilica il prossimo obiettivo del progetto Packard, lo stesso progetto che ha portato all’apertura alle visite del Decumano inferiore o Decumano Massimo della città. Ovvero il corso di Ercolano, l’arteria sulla quale si affacciavano botteghe e domus signorili.





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