Andy Warhol, artista digitale – scoperti alcuni inediti realizzati dal re della pop art con un Amiga

Andy Warhol, artista digitale – scoperti alcuni inediti realizzati dal re della pop art con un Amiga

Se Andy Warhol fosse vivo adopererebbe un tablet o un’iPhone per dipingere? E’ facile pensare che sì, che l’artista che…


Se Andy Warhol fosse vivo adopererebbe un tablet o un’iPhone per dipingere? E’ facile pensare che sì, che l’artista che amava sconvolgere i codici artistici – tanto da introdurre nell’arte concetti eretici come la serialità – si sarebbe lasciato intrigare dalle potenzialità della tecnologia, e in qualche modo la scoperta avvenuta nella Fondazione Warhol a Pittsburgh non fa che confermare tutto ciò.

Facciamo un passo indietro. E’ il 1985 quando la Commodore International commissiona ad Andy Warhol alcune opere che dimostrino le capacità artistiche del computer Amiga 1000. Lui risponde, alla sua maniera, realizzando qualcosa di sorprendente: immagini del Warhol più classico, come una banana, Marilyn Monroe, la zuppa Campbell, un paio di autoritratti e poi una splendida Venere di Botticelli. Tutto in pixel, tutto per una decina di opere, rimaste prigioniere in un floppy per 30 anni, poi  l’Andy Warhol Museum di Pittsburgh ha annunciato la scoperta.

Andy Warhol, Andy2, 1985, ©The Andy Warhol Foundation for the Visuals Arts, Inc., courtesy of The Andy Warhol Museum
Andy Warhol, Andy2, 1985, ©The Andy Warhol Foundation for the Visuals Arts, Inc., courtesy of The Andy Warhol Museum

Artefici della straordinaria resurrezione sono un computer dalla Carnegie Mellon University e il creativo Frank Ratchye, che ha lavorato principalmente nel processo di recupero delle opere, lavoro enormemente complicato dal fatto che i media siano tanto obsoleti. Ma nessuna scoperta sarebbe stata fatta senza l’input dell’artista Cory Arcangel, grande fan di Warhol. Nel ha infatti scoperto un video registrato nel 1985 nel corso di una conferenza stampa che accompagna il lancio del computer Amiga per Commodore. Si vede Warhol mentre crea un ritratto digitale di Debbie Harry, la cantante dei Blondie. Cory Arcangel fa due più due, si chiede se l’artista avesse potuto produrre altre opere di questo tipo e la sua indagine lo porta agli archivi del Museo di Pittsburgh dove riesce a mettere le mani su una serie di dischetti. Peccato che nessuno li possa più leggere, mancano gli strumenti per farlo.

 

Andy Warhol, Campbell’s, 1985, ©The Andy Warhol Foundation for the Visuals Arts, Inc., courtesy of The Andy Warhol Museum
Andy Warhol, Campbell’s, 1985, ©The Andy Warhol Foundation for the Visuals Arts, Inc., courtesy of The Andy Warhol Museum

La soluzione – dopo un po’ di ricerche – arriva daTina Kukielski, curatore al Carnegie Museum, da lì il contatto con Frank Ratchye e con l’Università.  Il direttore del Museo Warhol di Pittsburgh, Eric Shiner dice che l’artista non poneva “limiti alla sua opera. E queste immagini generate al computer sottolineano lo spirito di sperimentazione e la volontà di abbracciare nuovi media“. Purtroppo la storia mette anche in risalto tutta la fragilità delle tecnologie e della difficoltà, sottolineata da tanti esperti, di poter conservare a lungo, su supporti non deteriorabili e comunque leggibili anche nel futuro, la memoria di questi tempi, memoria dell’arte ma non solo.

 

https://www.youtube.com/watch?v=3oqUd8utr14

 

 

 





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